Corte di Giustizia, clausole abusive nei contratti di fornitura di gas

gas_euroCon un’importante sentenza interpretativa del 21 marzo 2013, la Corte di Giustizia dell’EU si è espressa in materia di clausole contrattuali abusive, dopo che un’associazione di consumatori tedesca aveva chiesto alla azienda nazionale di fornitura di gas naturale di rimborsare i clienti per alcuni aumenti unilaterali stabiliti in bolletta.

Con detta sentenza, in particolare, la Corte di Giustizia dell’Unione – chiamata dalla Corte Federale di Giustizia tedesca (Bundesgerichtshof – BGH) sull’interpretazione delle norme dell’Unione sulla tutela dei consumatori contro le clausole contrattuali standardizzate, abusive e/o oscure (direttiva n. 93/13/CEE in data 5.4.1993), nell’ambito della disciplina per il mercato interno del gas contenuta nella direttiva n. 2003/55/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 26.6.2003 -, si è espressa in maniera significativa, non solo sul rinvio pregiudiziale operato dal giudice tedesco, ma entrando anche (parzialmente) nel merito del carattere abusivo di una clausola contenuta nei contratti B2C (o business to consumer).

Quanto alla questione interpretativa di cui al rinvio pregiudiziale, circa la portata dell’esclusione dal controllo giudiziale del carattere abusivo di clausole che si limitano a riprodurre disposizioni legislative e regolamentari nazionali generali,[1] la Curia europea ha stabilito che una clausola vessatoria, contenuta nei contratti con i consumatori, deve essere sempre soggetta al sindacato giurisdizionale allorché le disposizioni che riproducono siano applicabili unicamente ad un’altra tipologia di contratti.

Infatti, l’esclusione del controllo giudiziale del carattere abusivo delle clausole contrattuali che si richiamano pedissequamente alle disposizioni nazionali, circa una determinata categoria di contratti, è giustificata solo dal fatto che si può legittimamente presumere che con tali disposizioni il legislatore nazionale abbia già stabilito un contemperamento tra l’insieme dei diritti e degli obblighi dei contraenti. Ma tale ragionamento, secondo la Corte di Giustizia, non è applicabile alle clausole di un contratto diverso, e l’esclusione del controllo del carattere abusivo di tali ultime clausole (che si richiamano alla normativa applicabile per tipologie contrattuali diverse) comporterebbe una compromissione integrale (e illegittima) della tutela dei consumatori prevista dal diritto dell’Unione.

Inoltre, come anticipato, la Curia di Lussemburgo è entrata anche nel merito del carattere abusivo della clausola, seppur parzialmente.

In proposito, la Corte di Giustizia ha precisato che il legislatore comunitario ha comunque riconosciuto come, nell’ambito di contratti a durata indeterminata, quali i contratti di fornitura di gas, l’impresa di approvvigionamento abbia un interesse leggitimo a modificare i costi del serivizio prestato alla clientela. Tuttavia, una clausola standardizzata che consenta un simile adeguamento di prezzi a carico della clientela deve soddisfare sempre i requisiti di buona fede, equilibrio e trasparenza, posti dal diritto europeo dei consumatori a tutela del contraente economicamente più debole.

In tale quadro, la Corte di Giustizia ha altresì ricordato che non spetta ad essa, bensì al giudice nazionale determinare, caso per caso, che vi sia il rispetto dei predetti requisiti, operando una analisi della calusola vessatoria che dia rilevanza essenziale ai seguenti criteri:

  • il contratto a cui accede la clausola abusiva deve esporre in maniera trasparente il motivo e le modalità di variazione delle condizioni economiche, in modo che il consumatore sia in grado di prevedere, in baase a criteri chiari, le modifiche quantitative delle spese aggiuntive (a tal proposito, la Corte ha precisato che le necessarie informazioni devono essere fornite al consumatore anche prima della conclusione del contratto, oltre che nel corso della sua esecuzione);
  • vi deve essere la previsione della facoltà di recesso riconosciuta al consumatore, in modo reale e concretamente esercitabile.

Peraltro, in considerazione della valutazione caso per caso della natura delle clausole inserite nei contratti di fornitura a favore dei consumatori, la Corte di Giustizia ha statuito che i principi giurisprudenziali di cui sopra debbano avere effetto non solo per tutte le future modifiche tariffarie unilaterali da parte dei fornitori di gas, ma a tutte quelle operate dopo l’entrate in vigore delle diposizioni del diritto dell’unione a tutela dei consumatori, di cui alla ricordata direttiva n. 93/13/CEE.


[1]Nel caso concreto si discuteva di una clausola inserita in contratti speciali di fornitura del gas (conclusi nell’ambito del regime della libera contrattazione), che si limitava a richiamare la normativa nazionale tedesca applicabile ai (diversi) contratti di fornitura del gas con tariffa standard, che consente ai fornitori di variare unilateralmente i prezzi del gas senza indicare il motivo, le condizioni o la portata della modifica, limitandosi a garantire che i consumatori vengano informati della modifica stessa e restino liberi direcedere.

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Lo stato dell’arte sui rimedi cautelari in tema di privacy e Centrale Rischi.

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Si vuole dare notizia dell’interessante ordinanza del 18 marzo 2013 del Tribunale di Verona, che – alla luce delle novità normative ex D.Lgs. 1 settembre 2011 n. 150, recante disposizioni complementari al codice di procedura civile sulla riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione – affronta il tema della azionabilità del rimedio cautelare ai sensi dell’art. 700 c.p.c. per la cancellazione dell’illegittima segnalazione a sofferenza alla centrale rischi.

Il provvedimento in questione si pone nel filone tematico dei difficili rapporti tra la gestione del credito da parte delle banche e la tutela della privacy relativamente all’attività di segnalazione presso la Centrale Rischi (CR), gestita dalla Banca d’Italia nell’ambito del sistema informativo sull’indebitamento della clientela verso le banche e gli altri intermediari finanziari.

Il funzionamento della Centrali Rischi,[1] come è ormai chiaro, non può più prescindere dalla conformità alla normativa in materia di tutela dei dati personali, atteso che la tutela della privacy ha assunto una progressiva importanza; e numerose sono state in questi ultimi anni le pronunce sia del Garante della protezione dei dati personali, sia della giurisprudenza di merito sulla compressione della privacy attraverso l’esercizio della segnalazione in Centrale Rischi.

Ma la valenza del precedente del Tribunale di Verona risiede però nell’esame che il giudice ha fatto della complessa tematica, dal punto di vista processuale.

Infatti, il Giudice veronese era chiamato ad esaminare, inter alia, l’eccezione pregiudiziale circa l’ammissibilità del ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c., stante la sussistenza del rimedio tipico per la segnalazioni in CR (ritenute) illegittime e lesive costituito dal provvedimento di sospensione, introdotto dal combinato disposto degli artt. 5 e 10 del predetto D.Lgs. n. 150/2011 che ha esteso il rito del lavoro a tutte le controversie inerenti le disposizioni del codice della privacy (ex D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196), comprese quelle inerenti ai provvedimenti del Garante in materia di protezione dei dati personali o alla loro mancata adozione.

Nel ritenere tale eccezione infondata, il Tribunale di Verona ha stabilito che, per una domanda cautelare proposta in corso di causa (cioè proposta incidentalmente all’interno di un giudizio ordinario di merito già avviato), siano inapplicabili il codice della privacy e, in particolare, il rimedio cautelare previsto dagli artt. 5 e 10, comma 4, del menzionato D.Lgs. n. 150/2011.

A conforto di ciò, il Giudice ha svolto interessanti considerazioni tanto di tipo processuale, quanto di tipo sostanziale.

Dal punto di vista processuale, secondo il Tribunale di Verona la parte che ha sollevato l’eccezione non avrebbe tenuto conto del fatto che la domanda cautelare è strumentale rispetto alla corrispondente domanda di merito, connessa con quelle di accertamento che, nella specie, erano già pendenti; con la conseguenza che, ai sensi dell’art. 40, comma 3, c.p.c., doveva e deve prevalere il rito ordinario per incompatibilità della disciplina dell’art. 10 D.Lgs. 150/2011.

Mente, dal punto di vista sostanziale, il giudice ha ritenuto che, nel caso di domanda cautelare diretta ad ottenere la cancellazione della segnalazione a sofferenza presso la Centrale Rischi, difetti il presupposto per l’applicazione dell’art. 10, comma 4 del D.Lgs n. 150/2011, ossia l’esistenza di un provvedimento, inteso come atto di una autorità amministrativa, da rendere inefficace.

Secondo il Tribunale di Verona, la segnalazione, infatti, sarebbe una attività informativa, o meglio di mera trasmissione dati, posta in essere direttamente da un soggetto privato, ossia l’istituto di credito, in conformità a quanto previsto dalla circolare sulla Centrale Rischi della Banca d’Italia n.139 dell’11 febbraio 1991, nell’ultimo aggiornamento (29 aprile 2011).

In tale ipotesi, difettando un rimedio cautelare tipico, è ammissibile il ricorso al provvedimento ex art. 700 c.p.c., in quanto chi agisce per ottenere la sospensione o la cancellazione del proprio nominativo dalla centrale rischi si duole non già delle modalità con cui i dati relativi all’insolvenza siano stati raccolti, trasmessi o gestiti, ma semplicemente dell’assenza dei presupposti di fatto che legittimano la segnalazione alla CR.

Sicché, la relativa controversia non è riconducibile a quelle riguardanti l’applicazione della disciplina sul codice della privacy ma piuttosto a quelle da comune responsabilità da fatto illecito extracontrattuale, ai sensi dell’art. 2043 c.c..


[1] La banca dati della Centrale Rischi  è strutturata su due principali flussi informativi: le comunicazioni di dati fatte dagli intermediari alla Banca d’Italia, ossia le segnalazioni, e le comunicazioni di dati che la Banca d’Italia invia agli intermediari attraverso i flussi di ritorno ed il servizio di prima informazione.
In ordine alle segnalazioni che gli intermediari inviano alla Banca d’Italia, ove ricorrano i casi individuati nelle Istruzioni del predetto organo di vigilanza, occorre in primo luogo chiarire che si tratta di dati personali che l’istituto creditizio detiene in base ad un rapporto contrattuale già in essere o appena concluso con il cliente. In questi casi, dunque, è operante l’esimente del consenso prevista dall’art. 24 lett. b) del D.lgs. n. 196/2003 (per brevità TUP, o testo unico privacy), per cui il consenso dell’interessato non è richiesto quando il trattamento dei dati è necessario per eseguire obblighi derivanti da un contratto del quale è parte l’interessato. Le informazioni raccolte dall’istituto creditizio possono certamente dirsi funzionali all’adempimento degli obblighi contrattuali derivanti dalla concessione di un affidamento al cliente. In questi casi, però, non è possibile prescindere dall’obbligo di informativa di cui all’art. 13, che deve essere adempiuto tanto laddove il regime di circolazione dei dati sia vincolato al principio del consenso, quanto laddove esso sia libero.
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La Consulta affonda il Made in Lazio dei prodotti agroalimentari della regione.

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Il marchio collettivo regionale di qualità, destinato ai prodotti agricoli e agroalimentari del Lazio, è stato ufficialmente dichiarato incostituzionale venerdì scorso.

Lo ha stabilito la Corte Costituzionale con sentenza del 12 aprile 2013, n. 66.

Con tale pronuncia, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge regionale che aveva istituito il “Made in Lazio” per i prodotti agricoli ed agroalimentari, stante il conflitto con:

  • il diritto dell’Unione Europea, in relazione a quanto disposto, fra l’altro, dagli artt. 34 e 35 del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), che fanno divieto agli Stati membri di porre in essere restrizioni all’importazione e all’esportazione, nonché qualsiasi misura di effetto equivalente; e
  • l’art. 117, primo co., della Costituzione, che richiede, nell’esercizio della potestà legislativa, il rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario.

La normativa della Regione Lazio bocciata allo scrutinio di costituzionalità della Consulta la settimana scorsa (L.R. Lazio 28 marzo 2012, n. 1, recante “Disposizioni per il sostegno dei sistemi di qualità e tracciabilità dei prodotti agricoli e agroalimentari”), invece, avrebbe dovuto assicurare – secondo le intenzioni della Giunta Polverini – la qualità dei prodotti agricoli e agroalimentari ed incentivare la valorizzazione e la promozione della cultura enogastronomica regionale, tenuto conto della forte vocazione agricola ed agroalimentare del Lazio, con un paniere d’eccellenza composto da (circa) 14 prodotti DOP, 9 IGP, 374 prodotti Agroalimentari Tradizionali.

Una legge importante che va nella direzione di garantire qualità e sicurezza dei nostri prodotti, con attenzione a chi produce e a chi compra e consuma”, ebbe ad affermare Renata Polverini in un comunicato stampa di poco precedente l’emanazione della normativa regionale.

Una legge talmente tanto importante che durante l’iter di esame ha visto la presentazione di diversi emendamenti piuttosto criticabili, con i quali, in sede di successiva approvazione, è stato:

  • delineato e previsto un ruolo attivo dell’ARSIAL, Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione nell’Agricoltura nel Lazio (forse per tentare di risollevare i bilanci in rosso), per i controlli sull’uso del marchio e sul rispetto dei relativi disciplinari recanti le previsioni di utilizzo di requisiti di qualità e di identificazione e tracciabilità;
  • attribuito alla stessa Giunta Regionale (sic!) il potere di individuare le tipologie di prodotti da ammettere all’uso del marchio, l’adozione dei rispettivi disciplinari di produzione, i criteri e le modalità di concessione del marchio, i casi di sospensione e, infine, la concessione dei contributi in relazione al marchio regionale.

Una legge che, per la sua importanza strategica, aveva inoltre ricevuto cospicui ed immediati stanziamenti per finanziare i contributi destinati ai comitati promotori ed alle associazioni di produttori responsabili per la registrazione, la supervisione dell’uso delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine e del marchio di qualità.

Accogliendo il ricorso del Governo, però, la Consulta ha cancellato in toto lo sforzo normativo (ed economico) compiuto dalla Regione Lazio per il proprio settore agroalimentare.

A base di detta sonora bacchettata, la Corte Costituzionale ha spiegato che “la legge della Regione Lazio qui impugnata – introducendo un marchio ‘regionale’ di qualità destinato a contrassegnare, sulla base di disciplinari, ed in conformità a criteri, dalla stessa stabiliti, determinati prodotti agricoli ed agroalimentari a fini, anche dichiaratamente, promozionali della agricoltura e cultura gastronomica del Lazio – è innegabilmente idonea a indurre il consumatore a preferire prodotti assistiti da siffatto marchio regionale rispetto ad altri similari, di diversa provenienza, e, conseguentemente, a produrre, quantomeno ‘indirettamente’ o ‘in potenza’, gli effetti restrittivi sulla libera circolazione delle merci, che anche al legislatore regionale è inibito perseguire per vincolo comunitario”.

In sintesi, la misura normativa adottata dalla Regione Lazio, per come è stata formulata, ostacola la libera circolazione delle merci, anche all’interno del mercato nazionale, inducendo i consumatori a preferire i prodotti laziali rispetto a quelli provenienti da altre Regioni

Innanzi a ciò non rilevano, secondo la Corte Costituzionale, né la finalità di tutela del consumatore né il carattere (peraltro solo virtuale) dell’ultra-territorialità del marchio laziale – su cui ha fatto leva la difesa della Regione – poiché, in relazione ad entrambi tali profili, la Regione non indica, e neppure ha, alcuna competenza e potestà. Quanto al primo profilo, infatti, la tutela del consumatore attiene alla materia del diritto civile, riservata alla competenza esclusiva dello Stato (Corte Cost. sentenza n. 191 del 2012), e, quanto al secondo, non spetta alla Regione Lazio di certificare, come pretende, la ‘qualità’ di prodotti sull’intero territorio nazionale e su quello di altri Stati europei.

E ciò perché comunque l’istituzione, da parte di un soggetto pubblico, di un marchio in funzione del perseguimento di una politica di qualità non vale ad esonerarlo dall’applicazione della normativa a tutela degli scambi all’interno del territorio europeo (Corte di Giustizia, 5 novembre 2002, in causa C-325/2000), dal momento che, come ricordato dalla Consulta, la posizione della giurisprudenza della Corte di Lussemburgo ha sempre inteso “la ‘misura di effetto equivalente‘ (alle restrizioni vietate) in senso ampio facendola spesso coincidere con ‘ogni normativa commerciale degli Stati membri che possa ostacolare, direttamente o indirettamente, in atto o in potenza, gli scambi intracomunitari” (Corte di Giustizia 6 marzo 2003, in causa C-6/02).

Senza dare le pagelle ed i voti in diritto a nessuno, perché non ne abbiamo né voglia né titoli, ci si chiede, tuttavia, e la domanda “sorge spontanea”, che fine faranno quei contributi già erogati e quei finanziamenti già stanziati a supporto del Made in Lazio agroalimentare e se, prima o poi, non siano possibili iniziative regionali di supporto del comparto ma in linea con l’ordinamento!

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In arrivo dal Mi.SE € 30,5 ml per la valorizzazione dei brevetti delle PMI

testata7Il Ministero dello Sviluppo Economico (Mi.SE), attraverso la Direzione Generale per la Lotta alla Contraffazione (DGLC) e Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM), che gestiscono il Fondo Nazionale per l’Innovazione – FNI, lo scorso 3.4.2013, ha varato l’avviso pubblico di due bandi per le imprese (PMI) che vogliono tutelare i propri prodotti utilizzando brevetti, disegni e modelli industriali.

I bandi prevedono un finanziamento complessivo di 30,5 milioni di euro a favore di micro, piccole e medie imprese, anche di nuova costituzione (purché costituite da almeno 12 mesi), operanti sul territorio nazionale, che intendano perseguire una strategia di sviluppo attraverso la valorizzazione dei propri titoli di proprietà (brevetti, disegni e modelli). I finanziamenti, a fondo perduto, saranno erogati secondo la procedura a sportello fino ad esaurimento dei fondi. L’obiettivo è quello di qualificare la produzione industriale italiana, rafforzandone la capacità innovativa e la competitività sui mercati nazionale ed internazionale.

La misura di finanziamento si articola in due linee di intervento.

  • Premi per la brevettazione: per incrementare il numero di domande di brevetto nazionale e l’estensione di brevetti nazionali all’estero;
  • Incentivi per la valorizzazione economica dei brevetti: per potenziare la capacità competitiva delle imprese attraverso la valorizzazione economica di un brevetto in termini di redditività, produttività e sviluppo di mercato.

Il primo bando (cioè la prima linea della misura di finanziamento) è rivolto alle aziende che intendono incrementare il numero dei depositi nazionali ed internazionali di brevetti e disegni. Il sostegno economico va dai 1.000 a 1.500 euro per ciascun deposito nazionale e fino a 6.000 euro per l’estero. In quest’ultimo caso saranno presi in considerazione il numero e i Paesi in cui si deposita la richiesta di estensione del proprio titolo di proprietà industriale (particolari bonus sono previsti per determinati (Paesi: Stati Uniti d’America e Cina per il design; Cina, India, USA, Brasile e Russia per i brevetti). Il secondo bando è indirizzato alle imprese che intendono portare sul mercato prodotti nuovi basatisu brevetti e design. In questo caso il contributo copre l’80% delle spese ammissibili fino a un tettomassimo di 70.000 euro per i brevetti ed 80.000 euro per il design.

In entrambi i casi la concessione del finanziamento è subordinata alla realizzazione di un progetto che verrà valutato dagli enti attuatori. Entrambe le misure saranno attuate dal MiSE con il contributo tecnico di Invitalia

I diritti aeroportuali ed il crack di Volare Group, qualche anno dopo.

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A fine marzo scorso si è concluso un giudizio avanti al Tribunale di Bari a cui abbiamo preso parte quali co-difensori di una (tra le tante) società di diritto straniero che nel 2005 risultava proprietaria di parte degli aeromobili della flotta del noto Gruppo Volare poco prima della dichiarazione di default e del suo ingresso in amministrazione straordinaria.

Di talchè oggi si propone la relativa pronuncia, allo scopo di “condividere” (ndr: comunicare) un breve excursus su uno degli aspetti più interessanti di quella controversia: la natura dei diritti aeroportuali, in forza della quale era stata elaborata l’eccezione del difetto di giurisdizione ordinaria poi bocciata dal giudice pugliese.

Inizialmente si trattava della gestione d’urgenza, per conto della proprietà degli aeromobili dati in leasing a Volare, dell’indebitamento che il vettore aereo aveva maturato con i principali gestori aeroportuali italiani per il mancato pagamento dei diritti aeroportuali (disciplinati in quel momento dalla L. 5 maggio 1976, n. 324, rubricata Nuove norme in materia di diritti per l’uso degli aeroporti aperti al traffico aereo civile), che aveva indotto le società concessionarie al “blocco a terra” e conseguente sequestro conservativo degli aeromobili presenti sui loro “sedimi” (e, purtroppo, in alcuni casi, ancora in esercizio e in pieno servizio ai passeggeri). In seguito, cioè nella fase di merito successiva ai sequestri degli aerei, vi sono state le diverse cause – tra cui quella avanti al Tribunale di Bari -, via via definite sia per l’accertamento dei debiti relativi ai mancati incassi dei diritti aeroportuali (comunque corrisposti dai passeggeri sul prezzo dei biglietti), sia per la condanna della proprietà dei velivoli ai relativi pagamenti in quanto solidamente responsabile ex lege con l’esercente degli stessi, ai sensi della legge sopra citata (art. 6).

Tralasciato l’esame della vexata quaestio dei diritti aeroportuali (ora, peraltro, interessati da una profonda riforma a seguito del recepimento della nuova direttiva 2009/12/CE, con gli artt. da 71 a 82 del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, che prevedono l’applicazione della nuova normativa a tutti gli aeroporti nazionali, senza distinzioni in relazione al volume di traffico, a decorrere dalla scadenza dei contratti di programma stipulati anteriormente al gennaio 2012), giova sottolineare che l’eccezione di giurisdizione tributaria, all’epoca dell’avvio del giudizio al Tribunale di Bari, si basava tanto sulla natura di tassa dei diritti aeroportuali derivante dalla normativa di riferimento, quanto sull’estensione – che vi era stata – della giurisdizione delle commissioni tributarie a seguito della L. 28 dicembre 2001, n. 448.

Tale impostazione aveva anche trovato conforto in una pronuncia della Corte di Cassazione che – con l’ordinanza a sezioni unite n. 22245 resa il 17 ottobre del 2006 a definizione di apposito regolamento di giurisdizione – aveva perentoriamente smontato le tesi della società concessionaria, affermando la natura tributaria dei diritti aeroportuali e l’appartenenza delle relative controversie – a decorrere dal 1° gennaio 2002 – alla giurisdizione tributaria. E l’argomento venne quindi opportunamente coltivato avanti al Tribunale di Bari che, invece, con la sentenza in commento, ha ritenuto sussistente la giurisdizione del giudice ordinario con motivazioni (per noi) assai lacunose e non del tutto esenti da censure.

Questa evidente incoerenza del Tribunale di Bari rispetto al decisum della Cassazione si inquadra nel contesto che vi era all’epoca, e che rendeva la questione giurisdizionale sui diritti aeroportuali particolarmente importante in quanto direttamente incidente sugli interessi economici di quasi tutti gli scali italiani che allora erano esposti per somme considerevoli con Volare e tentavano, poco prima del crack del vettore aereo, di consolidare dei titoli esecutivi per il recupero coattivo dei loro crediti.

L’importanza della questione venne “raccolta” dal legislatore che si determinò quindi (nel corso dei diversi giudizi di cui si è detto) ad una “autonoma” iniziativa diametralmente contraria a quanto aveva stabilito la Cassazione, adottando nel 2007, in un collegato alla finanziaria del 2008, una norma ad hoc .(art. 39 bis D.L. 1° ottobre 2007, n. 159), con la quale venne stabilito che le disposizioni in tema di tassa di imbarco e corrispettivi per i servizi di sicurezza aeroportuali “si interpretano nel senso che delle stesse non sorgono obbligazioni di natura tributaria”.

Sulla base di tale norma “interpretativa” (sopravvenuta durante il corso del giudizio avanti al Tribunale di Bari), e sulla scorta di una ritenuta retroattività della medesima, il giudice pugliese ha dunque privilegiato la lettura dei diritti aeroportuali quali compensi di natura puramente contrattuale e privatistica, rigettando l’ipotesi della loro natura tributaria e confermando la responsabilità patrimoniale (solidale ex lege) del proprietario degli aerei, nonostante la terzietà rispetto anche ai contratti di servizio che all’epoca vi erano tra i gestori aeroportuali e Volare Group.

Depurata tuttavia la questione dalle influenze del contesto storico in cui è sorta la vicenda, appare comunque chiaro che la materia dei diritti aeroportuali è ancora ben lontana da un assetto definitivo (anche alla luce della recente riforma), e sono quindi prevedibili, oltre che auspicabili, ulteriori sviluppi.

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Nessun illecito nei suggerimenti di ricerca di Google.

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Il Tribunale di Milano, pochi giorni fa, ha compiuto un altro importante passo nell’evoluzione applicativa del ruolo e della responsabilità degli Internet Service Provider (c.d. ISP). Con una ordinanza depositata il 31 marzo 2013, resa nell’ambito di un’istanza cautelare promossa contro Google Inc. in relazione alla funzione di ricerca c.d. “autocomplete”, il giudice milanese, infatti, ha esaminato la responsabilità dell’ISP da asserito comportamento diffamatorio, per non aver modificato o non aver impedito che il servizio “suggest search” del proprio motore di ricerca suggerisse anche termini “impropri” associati al nome oggetto di una ricerca.

Il ricorrente, in particolare, accortosi che il sistema suggest search (c.d. ricerche correlate) di Google associava il suo nome e cognome ai termini “truffa” e “truffatore”, aveva sollecitato un provvedimento d’urgenza che – alla luce dei principi di cui alla direttiva n. 2000/31/CE (e, quindi, del provvedimento attuativo ex D.Lgs n. 70/2003), nonché dell’art. 2043 c.c. – costringesse Google a modificare i campi del database di suggest search, in modo da evitare l’associazione automatica di termini deteriori al suo nome. Tale istanza ha fornito così l’occasione al Tribunale di Milano di chiarire il ruolo e le conseguenti responsabilità di Google nella prestazione del servizio di ricerca su Internet.

Nel provvedimento si precisa che:

(i) il servizio di ricerche Autocomplete e/o di Ricerche Correlate non è riferibile ad attività di un destinatario della società dell’informazione (tale da determinare l’insorgere della responsabilità, nei casi espressamente contemplati, anche del fornitore dei servizi), ma costituisce piuttosto parte integrante e “funzionalità del motore di ricerca” offerto direttamente ed immediatamente da Google;

(ii) deve escludersi in capo a Google “la qualità i content provider [..] in relazione all’interfaccia di ricerca”, definibile solo come mera pagina web con il logo di Google (doodle), un campo di inserimento della richiesta (c.d. query) e un paio di bottoni interattivi per avviare il servizio di ricerca messo a punto dall’ISP;

(iii) i termini visualizzati dagli utenti sulla stringa di ricerca attraverso la funzionalità Autocomplete, ovvero in fondo alla pagina di ricerca nella sezione Ricerche Correlate, non costituiscono un archivio, né sono strutturati, organizzati o influenzati da Google che, tramite un software automatico, si limita ad analizzarne la popolarità e a rilasciarli sulla base di un algoritmo;

(iv) che le ricerche in Autocomplete e Ricerche correlate costituiscono “servizi della c.d. attività di caching svolta da Google al fine di facilitare, a richiesta degli utenti, l’accesso ad altri destinatari di informazioni fornite dai destinatari del servizio, senza che il prestatore del servizio, nella specie Google, sia responsabile del contenuto di tali informazioni“.

Pertanto, sulla funzione Autocomplete e sui profili di possibile diffamazione implicati da tale funzione di ricerca di Google, il Tribunale, alla luce dei principi di cui alla citata  direttiva n. 2000/31/CE, ha concluso come: “non pare potersi ravvisare nell’esito di ricerche del tutto automatiche (effettuate dunque in base agli accostamenti più ricorrenti, ovvero a quanto presente e indicizzato nelle pagine web con quel termine di ricerca, e comunque ad informazioni e materiale pubblicati da terzi in rete), prodotto di un algoritmo, memorizzato al fine di facilitare la ricerca di altri destinatari del servizio, una qualsivoglia affermazione o dichiarazione di contenuto diffamatorio”.

Diverso ragionamento (almeno parzialmente), invece, può farsi prendendo a riferimento l’art. 2043 c.c.

Infatti, il Tribunale di Milano, considerando il funzionamento del software che si occupa del suggerimento di ricerca, ritiene che “proprio questo meccanismo di operatività del software messo a punto da Google determina il risultato rappresentato dagli abbinamenti che costituiscono previsioni o percorsi possibili di ricerca e che appaiono all’utente che inizia la ricerca digitando le parole chiave. Dunque è la scelta a monte e l’utilizzo di tale sistema e dei suoi particolari meccanismi di operatività a determinare – a valle – l’addebitabilità a Google dei risultati che il meccanismo così ideato produce; con la sua conseguente responsabilità extracontrattuale (ex art. 2043 c.c.) per i risultati eventualmente lesivi determinati dal meccanismo di funzionamento di questo particolare sistema di ricerca”.

Tuttavia, le conclusioni che da ciò ne trae il Tribunale di Milano non sembrano affatto condivisibili, sopratutto laddove afferma che il software che muove il servizio Autocomplete e Ricerche Correlate sia “solo astrattamente neutro in quanto basato su un sistema automatico di algoritmi matematici, poiché esso perde tale neutralità ove produca – quale risultato dell’applicazione di tale automatismo basato su criteri prescelti dal suo ideatore – un abbinamento improprio fra i termini di ricerca”.

E il punto è proprio questo: un software come quello adoperato da Google non può compiere, a monte, una scelta tra ciò che è improprio/illecito e ciò che non lo è, atteso che le funzionalità di Autocomplete / Search Suggest si basano su algoritmi che scelgono il completamento o il suggerimento sulla scorta dei termini più frequentemente ricercati in associazione, ed è davvero difficile immaginare che si possa intervenire manualmente sul codice senza pregiudicare lo stesso funzionamento delle applicazioni di ricerca.

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