Nessun illecito nei suggerimenti di ricerca di Google.

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Il Tribunale di Milano, pochi giorni fa, ha compiuto un altro importante passo nell’evoluzione applicativa del ruolo e della responsabilità degli Internet Service Provider (c.d. ISP). Con una ordinanza depositata il 31 marzo 2013, resa nell’ambito di un’istanza cautelare promossa contro Google Inc. in relazione alla funzione di ricerca c.d. “autocomplete”, il giudice milanese, infatti, ha esaminato la responsabilità dell’ISP da asserito comportamento diffamatorio, per non aver modificato o non aver impedito che il servizio “suggest search” del proprio motore di ricerca suggerisse anche termini “impropri” associati al nome oggetto di una ricerca.

Il ricorrente, in particolare, accortosi che il sistema suggest search (c.d. ricerche correlate) di Google associava il suo nome e cognome ai termini “truffa” e “truffatore”, aveva sollecitato un provvedimento d’urgenza che – alla luce dei principi di cui alla direttiva n. 2000/31/CE (e, quindi, del provvedimento attuativo ex D.Lgs n. 70/2003), nonché dell’art. 2043 c.c. – costringesse Google a modificare i campi del database di suggest search, in modo da evitare l’associazione automatica di termini deteriori al suo nome. Tale istanza ha fornito così l’occasione al Tribunale di Milano di chiarire il ruolo e le conseguenti responsabilità di Google nella prestazione del servizio di ricerca su Internet.

Nel provvedimento si precisa che:

(i) il servizio di ricerche Autocomplete e/o di Ricerche Correlate non è riferibile ad attività di un destinatario della società dell’informazione (tale da determinare l’insorgere della responsabilità, nei casi espressamente contemplati, anche del fornitore dei servizi), ma costituisce piuttosto parte integrante e “funzionalità del motore di ricerca” offerto direttamente ed immediatamente da Google;

(ii) deve escludersi in capo a Google “la qualità i content provider [..] in relazione all’interfaccia di ricerca”, definibile solo come mera pagina web con il logo di Google (doodle), un campo di inserimento della richiesta (c.d. query) e un paio di bottoni interattivi per avviare il servizio di ricerca messo a punto dall’ISP;

(iii) i termini visualizzati dagli utenti sulla stringa di ricerca attraverso la funzionalità Autocomplete, ovvero in fondo alla pagina di ricerca nella sezione Ricerche Correlate, non costituiscono un archivio, né sono strutturati, organizzati o influenzati da Google che, tramite un software automatico, si limita ad analizzarne la popolarità e a rilasciarli sulla base di un algoritmo;

(iv) che le ricerche in Autocomplete e Ricerche correlate costituiscono “servizi della c.d. attività di caching svolta da Google al fine di facilitare, a richiesta degli utenti, l’accesso ad altri destinatari di informazioni fornite dai destinatari del servizio, senza che il prestatore del servizio, nella specie Google, sia responsabile del contenuto di tali informazioni“.

Pertanto, sulla funzione Autocomplete e sui profili di possibile diffamazione implicati da tale funzione di ricerca di Google, il Tribunale, alla luce dei principi di cui alla citata  direttiva n. 2000/31/CE, ha concluso come: “non pare potersi ravvisare nell’esito di ricerche del tutto automatiche (effettuate dunque in base agli accostamenti più ricorrenti, ovvero a quanto presente e indicizzato nelle pagine web con quel termine di ricerca, e comunque ad informazioni e materiale pubblicati da terzi in rete), prodotto di un algoritmo, memorizzato al fine di facilitare la ricerca di altri destinatari del servizio, una qualsivoglia affermazione o dichiarazione di contenuto diffamatorio”.

Diverso ragionamento (almeno parzialmente), invece, può farsi prendendo a riferimento l’art. 2043 c.c.

Infatti, il Tribunale di Milano, considerando il funzionamento del software che si occupa del suggerimento di ricerca, ritiene che “proprio questo meccanismo di operatività del software messo a punto da Google determina il risultato rappresentato dagli abbinamenti che costituiscono previsioni o percorsi possibili di ricerca e che appaiono all’utente che inizia la ricerca digitando le parole chiave. Dunque è la scelta a monte e l’utilizzo di tale sistema e dei suoi particolari meccanismi di operatività a determinare – a valle – l’addebitabilità a Google dei risultati che il meccanismo così ideato produce; con la sua conseguente responsabilità extracontrattuale (ex art. 2043 c.c.) per i risultati eventualmente lesivi determinati dal meccanismo di funzionamento di questo particolare sistema di ricerca”.

Tuttavia, le conclusioni che da ciò ne trae il Tribunale di Milano non sembrano affatto condivisibili, sopratutto laddove afferma che il software che muove il servizio Autocomplete e Ricerche Correlate sia “solo astrattamente neutro in quanto basato su un sistema automatico di algoritmi matematici, poiché esso perde tale neutralità ove produca – quale risultato dell’applicazione di tale automatismo basato su criteri prescelti dal suo ideatore – un abbinamento improprio fra i termini di ricerca”.

E il punto è proprio questo: un software come quello adoperato da Google non può compiere, a monte, una scelta tra ciò che è improprio/illecito e ciò che non lo è, atteso che le funzionalità di Autocomplete / Search Suggest si basano su algoritmi che scelgono il completamento o il suggerimento sulla scorta dei termini più frequentemente ricercati in associazione, ed è davvero difficile immaginare che si possa intervenire manualmente sul codice senza pregiudicare lo stesso funzionamento delle applicazioni di ricerca.

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