Servizi premium di telefonia mobile e consumatori: actio finium regundorum tra AGCM e AGCOM

ID-10050969Una inchiesta di Repubblica qualche settimana fa ha messo in luce i dati delle sanzioni irrogate ai fornitori di servizi premium da parte dell’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato). I risultati danno la dimensione del fenomeno dei servizi in questione, conosciuti anche come “servizi in sovrapprezzo” o “a valore aggiunto” (c.d. VAS mobile), forniti attraverso SMS, MMS, oppure attraverso la connessione di dati su reti di telecomunicazione mobile che, per la loro diffusione, fanno ormai parte integrante dell’offerta telefonica (i.e. loghi, wallpaper, suonerie, screensaver, giochi, chat, news, applicazioni, video, ecc.).

Ma, a nostro avviso, quei dati devono essere inquadrati in un contesto più generale al fine di comprendere tanto l’importanza strumentale dei servizi premium a sostegno del traffico telefonico su mobile, quanto, soprattutto, l’attuale criticità dei rapporti tra le autorità amministrative coinvolte nel controllo di detti servizi rispetto ai diritti dei consumatori, cioè AGCM da un lato e AGCOM, dall’altro, e che  poco o nulla giova al contrasto del fenomeno delle pratiche commerciali abusive correlate al loro utilizzo.

I servizi in sovrapprezzo sono disciplinati dal Decreto Ministeriale 2 marzo 2006, n. 145 (emanato dall’allora Ministero delle Comunicazioni, poi accorpato con la finanziaria del 2008 al Ministero dello Sviluppo Economico), che impone tutta una serie di regole sull’aspetto contenutistico e operativo dei servizi premium per la loro corretta diffusione commerciale. Mente il D.Lgs. del 2 agosto del 2007, n. 146 (di attuazione della Direttiva n. 2005/29/CE, relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno), riscrivendo completamente il Titolo III del Codice del Consumo (ex D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 205), ha attribuito all’AGCM la tutela – anche di tipo inibitorio e sanzionatorio – contro eventuali pratiche commerciali scorrette, ingannevoli e aggressive nei confronti dei consumatori (e, in sede di impugnazione, alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, fatta salva la competenza del giudice ordinario in materia di atti di concorrenza sleale, a norma dell’art. 2598 del cod.civ.).

Sulla base di tale impianto normativo, l’AGCM, nel corso degli ultimi cinque anni, ha rilevato, accertato e sanzionato – per importi spesso considerevoli a beneficio delle casse pubbliche – un gran numero di pratiche violative della disciplina consumeristica nell’utilizzo dei servizi in sovrapprezzo all’interno del settore delle telecomunicazioni.[1] Ma, tali iniziative dell’Antitrust, a prescindere dalla contabilità sulle multe irrogate, sono rimaste, nella maggior parte dei casi, lettera morta; ed è sotto gli occhi di tutti l’incremento della scorrettezza commerciale nell’utilizzo dei contenuti premium (che peraltro coinvolge ora   anche il settore dei giochi e delle scommesse illegali o dei concorsi a premio on line).

Una delle ragioni dello scarso successo dell’azione sanzionatoria dell’AGCM contro gli operatori che propongono in modo poco trasparente i servizi mobili in sovrapprezzo è da rinvenirsi, a nostro avviso, nel fatto che ad ogni istruttoria aperta dall’Antitrust sono conseguite, quasi sistematicamente, da parte dell’AGCOM, la negazione del proprio parere (obbligatorio ma non vincolante, ex comma 6 dell’art. 27 del Cod. Cons.), e la formulazione di un nocivo conflitto di competenza tra i due regolatori, dovuto alla circostanza che l’abuso dei contenuti premium avviene nelle reti di comunicazione elettronica affidate, per legge, alle sue prerogative.

Infatti, tale conflitto, ribattezzato significativamente con l’espressione di actio fininum regundorum, se da un lato ha comportato la riaffermazione da parte dell’AGCOM del proprio ruolo istituzionale di unica autorità competente a disciplinare anche gli abusi commerciali nel settore delle telecomunicazioni (tuttavia affidati tout court all’AGCM dal Codice del Consumo senza precisazioni di ambiti settoriali), dall’altro ha prodotto, a danno dei consumatori, uno svilimento delle tutele attraverso il proliferare di impugnazioni avanti al TAR da parte degli operatori telefonici e content provider (ritenuti, quasi sempre, corresponsabili), con effetti molto spesso contraddittori e non sempre di conferma delle sanzioni amministrative irrogate dall’Antitrust, anzi.

A termine di questa accesa conflittualità tra authorities, il Consiglio di Stato ha preso una posizione netta a favore della competenza dell’AGCOM con una importante sentenza del maggio dello scorso anno (che ha annullato la sanzione irrogata per il repricing tariffario comunicato da Telecom ai propri utenti con SMS premium). Ciò ha determinato la fine (formale) del conflitto tra le due autorità amministrative sulle pratiche commerciali abusive nelle reti di comunicazione. Ma può ben osservarsi come la situazione, dal punto di vista delle tutele consumeristiche, non sia cambiata molto né possa, secondo noi, mutare rapidamente anche dopo quel minimo di chiarezza (e certezza del diritto) ristabilita dalla menzionata sentenza, per dipanare la sciagurata sovrapposizione dei due assetti normativi da cui è derivato il contrasto tra AGCM e AGCOM (ci si riferisce, rispettivamente, al citato Codice del Consumo ed al Codice delle Comunicazioni Elettroniche di cui al D.L.gs. n. 259/2003).[2]

Senza affrontare il complesso nodo dei rapporti tra AGCM e AGCOM – che comunque in assenza di un risolutivo e sistematico intervento del legislatore rimane affidato al principio della cooperazione tra le due Autorità (ex art. 8 del Codice delle Comunicazioni Elettroniche), e, quindi, alla effettiva formalizzazione di intese tra loro – giova notare come l’aver ristabilito i confini delle competenze sui servizi premium nel settore delle telecomunicazioni possa non essere sufficiente ad un efficace approccio al problema. E ciò, almeno, finché, a nostro avviso, non si risolve in maniera definitiva il deficit sanzionatorio in capo all’AGCOM che, in termini di capacità di multare finalizzata alla deterrenza, registra ancora delle carenze.

L’ultimo intervento legislativo rilevante è quello dell’art. 23, comma 12 quinquiesdecies, della L. 7 agosto 2012, n. 135, c.d. spending review. Tale norma, fatta salva la possibilità di una diversa competenza rispetto all’Antitrust per le prassi commerciali scorrette, ha comunque potenziato la sola competenza sanzionatoria dell’AGCM ammettendo un incremento di limiti edittali delle multe irrogabili fino a 5 Milioni di Euro senza, tuttavia, alcun intervento sul fragile impianto normativo a sostegno dei poteri sanzionatori dell’AGCOM (rispetto all’Antitrust).[3]

La deminutio che da ciò deriva alla tutela consumeristica in un ambito come quello delle pratiche commerciali scorrette sui servizi in sovrapprezzo è piuttosto evidente. E la situazione, secondo noi, rimarrà tale almeno finché la capacità sanzionatoria dell’AGCOM non verrà delineata in maniera più coerente. Fino a quel momento, la correttezza commerciale sui servizi premium è lasciata alle “dichiarazioni di impegno” rese dai diversi operatori nelle rispettive istruttorie per evitare provvedimenti sanzionatori, ovvero alla autoregolamentazione del settore ancora troppo immatura e poco “condivisa” con i consumatori, così come, invece, richiesto dal legislatore (cfr artt. 27 bis e ss. Cod. Cons.).[4]


[1] Si deve tener presente che l’AGCM, dal 2008 in poi, ha sanzionato diverse pratiche commerciali scorrette relative all’abuso dei contenuti premium, come ad esempio quelle poste in essere da: 1) Telecom Italia S.p.A. e da Wind S.p.A per non aver riconosciuto il credito residuo sulle schede SIM dopo la loro disattivazione (con esercizio del diritto di recesso), supportata da un procedura farraginosa, non assistita da adeguata informativa e veicolata con SMS a pagamento; 2) di Telecom Italia per le attività di c.d. teleselling, ossia di cattura a distanza (mediante call center) di clienti di servizi telefonici; oppure i casi di Mediaset, della Buongiorno S.p.A. e della società David2 e Vodafone, ecc.

[2] Peraltro il problema è assai vasto e non concerne solo le continue interferenze delle due Authorities nella tutela dei consumatori sulle reti di telecomunicazione, riguardando anche il campo della salvaguardia della struttura economica dei mercati di riferimento per la repressione delle pratiche concorrenziali e gli abusi di posizioni dominanti. Inoltre, a causa dell’incoerente panorama normativo sempre più mancante di una visione di insieme, il conflitto non è rilevabile soltanto tra l’AGCM e l’AGCOM, ma coinvolge anche altri regolatori, come, ad esempio, relativamente ai settori dei servizi di investimento e creditizi «a distanza», viste le attribuzioni date alla Banca d’Italia dal D.Lgs. 13 agosto 2010, n. 141, di attuazione della Direttiva n. 2008/48/CE sui contratti di credito ai consumatori, che ha determinato uno stravolgimento completo del TUB – Testo Unico Bancario.

[3] L’AGCOM, rispetto all’Antitrust, non beneficia di un disegno normativo di sostegno del proprio potere sanzionatorio unitario e coerente, ma può, allo stato, solo irrogare sanzioni ex post in caso di violazione degli obblighi di regolamentazione da essa impartita con propri provvedimenti (ex art. 98, comma 11, D.Lgs. n. 259/2003).

[4] Ci si riferisce, ad esempio, all’ultima versione (c.d. 3.0 del CASP) del codice di condotta nell’offerta dei servizi premium, presentata dalla Buongiorno S.p.A. all’AGCOM nell’ambito del procedimento a suo carico, e quale allegato alla sua proposta di impegni, della quale poco o nulla si è parlato, pur essendo stata adottata nel gennaio del 2013.

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Al via lo startup di reti di imprese: il contratto di rete sbarca nel turismo

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Sono‭ ‬8‭ ‬milioni di euro quelli messi a disposizione per le PMI italiane che si riuniscono in‭ ‬reti d’impresa‭ ‬e presentano progetti per il turismo.‭ ‬Il finanziamento è previsto dal DPCM dell‭’‬8.1.2013,‭ ‬pubblicato in Gazzetta Ufficiale solo il‭ ‬19‭ ‬aprile scorso.

Con detto provvedimento, il Ministero per gli Affari Regionali,‭ Turismo e Sport intende ‭ finanziare 40 progetti di investimento – non inferiori a € 400.000 – con contributi a fondo perduto fino al 50%, al fine di ‬supportare i processi di riorganizzazione della filiera turistica,‭ ‬migliorare la qualificazione del comparto,‭ e ‬accrescere competitività e innovazione‭ ‬dell’imprenditorialità del settore turistico.

Ora, quindi, manca solo il bando‭ ‬che il Ministero‭ ‬(speriamo‭) ‬dovrebbe‭ ‬pubblicare in tempi brevi.‭

L’importanza di tale iniziativa non è tanto nell’entità di questo primo finanziamento (se vogliamo modesto e non ancora attivato), quanto, piuttosto, in due tasselli specifici dell’intervento finanziario. Esso, infatti:

  • si colloca nell’ambito del piano strategico per lo sviluppo turistico che, finalmente, l’Italia ha adottato il 18 gennaio scorso varando il documento strategico, Turismo Italia 2020; e 
  • manifesta la condivisibile scelta (politica) di privilegiare, a sostegno dello sviluppo economico, le aggregazioni delle reti di imprese, costituite cioè attraverso l’utilizzo del nuovo strumento giuridico-economico del Contratto di Rete

Il documento Turismo Italia 2020 – di cui (a torto) poco o nulla si parla nel dibattito pubblico – costituisce il primo significativo passo verso il ripensamento integrale della filiera turistica di cui vengono completamente ridisegnate strutture, governance, finalità e metodologie di approccio; e possiamo quindi solo augurarci, visto il significato strategico del settore turistico per il nostro Paese, che il «piano industriale» in esso contenuto possa entrare in una rapida, trasparente ed efficace fase di attuazione.

Quanto alla opzione fatta a favore delle reti di impresa, non possiamo che aderire ad essa, dal momento che il Contratto di Rete, ancora poco diffuso (in quanto strumento di law&economics recentemente introdotto, dopo un travagliatissimo iter, ex art. 3, commi 4-ter, 4-quater, 4-quinquies della Legge 9 aprile 2009, n. 33 di conversione del D.L. 10 febbraio 2009, n. 5, ulteriormente modificata dal D.L. 31 maggio 2010, n. 78 convertito nella Legge n. 122 del 30 luglio 2010), si è già dimostrato particolarmente adatto allo sviluppo delle PMI, così come dicono gli ultimi dati di analisi. Sicché, far sbarcare il Contratto di Rete nel turismo, in uno dei settori chiave cioè che, come il Made in Italy, rappresenta una risorsa per il Paese, è di assoluto interesse ed è uno degli aspetti più importanti del provvedimento ministeriale che ha stanziato il finanziamento.

Gli altri aspetti significativi sono i seguenti.

1. Verranno premiati in particolare i progetti orientati a valorizzazione del territorio, penetrazione nei mercati esteri, ottimizzazione dei costi di fornitura attraverso sistemi online, nuove tecnologie e social marketing.‭

2. I finanziamenti sono destinati ad aggregazioni di almeno dieci PMI nelle seguenti forme giuridiche: (i) reti di PMI nella forma del contratto di rete‭; (ii) ‬A.T.I: associazioni temporanee di imprese,‭ ‬costituite o ancora da costituire‭; e (iii) ‬consorzi e società consortili,‭ ‬anche in forma cooperativa.

3. Il decreto prevede che almeno l‭’‬%‭ ‬delle imprese che aderiscono all’aggregazione devono far parte del settore turistico ‭(cfr ‬classificazione ATECO‭ ‬2007,‭ che ‬comprende anche agenzie di viaggio e aziende trasporto persone‭)‬.‭

4. Il progetto finanziabile deve riguardare una o più delle seguenti attività:

  • riduzione dei costi delle imprese facenti parte della rete attraverso la messa a sistema ‭ ‬degli strumenti informativi di amministrazione,‭ ‬gestione e prenotazione dei servizi turistici,‭ ‬o la creazione di piattaforme per acquisti collettivi di beni e servizi‭; 
  • ‬impulso alla conoscenza del territorio a fini turistici con particolare riferimento a sistemi di promozione e commercializzazione online‭; 
  • implementazione di iniziative di promo-commercializzazione che utilizzino le nuove tecnologie e,‭ ‬in particolare,‭ ‬i ‭ ‬nuovi strumenti di social marketing‭; 
  • sviluppo di iniziative e strumenti di promo-commercializzazione condivisi fra le aziende della rete e creazione di pacchetti turistici innovativi‭;
  • ‬promo-commercializzazione delle imprese sui mercati esteri attraverso la partecipazione a fiere e la creazione di materiali promozionali comuni.

5. Le spese ammissibili al finanziamento comprendono anche i costi di costituzione della rete di imprese, e quelli per tecnologie e strumentazioni hardware e software, la consulenza e assistenza tecnico-specialistica prestate da soggetti esterni all’aggregazione per la ‭ ‬redazione di programma di rete e lo sviluppo del progetto (che non possono avere una incidenza superiore al‭ ‬10%‭ ‬del contributo richiesto), la promozione integrata sul territorio nazionale e promozione unitaria sui mercati internazionali,‭ per la ‬comunicazione e pubblicità riferiti alle attività di progetto e, infine, per la formazione dei titolari d’azienda e del personale dipendente impiegato nelle attività di progetto,‭ ‬nella misura massima del‭ ‬15%.

Insomma, un buon pacchetto per lo start-up di reti di imprese turistiche innovative.

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Ancora bocciature dall’UE sulla gestione dei rifiuti di Napoli

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L’Italia non ha diritto ai contributi  FESR (Fondo europeo di sviluppo regionale), ed i rimborsi richiesti per la gestione dei rifiuti in Campania non possono essere erogati.

Questo è quanto ha deciso il Tribunale dell’Unione Europea che, con la sentenza 19 aprile 2013 T-99/09 T-308/09, ha confermato la decisione della Commissione Europea che, nel 2008, aveva bloccato preventivamente – in pendenza del procedimento di infrazione in corso – i versamenti dei contributi dovuti per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti in Campania.

Con la sentenza in questione (appellabile alla Corte di Giustizia entro due mesi dalla notifica), la giustizia della UE (di primo grado) respinge lo sblocco dei fondi europei (FESR) che erano destinati al finanziamento del piano operativo Campania (PO Campania), riguardante lo smaltimento rifiuti dal 1999 fino al 31.12.2008 e molte operazioni connesse alla costituzione del nuovo sistema regionale (i.e.: realizzazione di impianti di compostaggio, di discariche per lo smaltimento del rifiuto residuale, e dell’attivazione di Ambiti Territoriali Ottimali – c.d. ATO di cui al Codice dell’Ambiente, e dei relativi piani di gestione e di trattamento dei rifiuti, importantissimo strumento di sostegno ai Comuni per la gestione del sistema di raccolta differenziata, ed alle imprese per l’adeguamento degli impianti di recupero della materia derivata e per l’attività di coordinamento, logistica e supporto alle imprese di raccolta e recupero di rifiuti provenienti da particolari categorie produttive).

Tale pronuncia costituisce l’ultimo tassello (per adesso) della esecrabile vicenda fatta oggetto della procedura di infrazione avviata nel 2007 dalla Commissione Europea contro l’Italia per le numerose violazioni della direttiva sui rifiuti (Direttiva n. 2006/12/CE), poi terminata con la constatazione dell’inadempimento e la condanna della Repubblica italiana, da parte della Corte di Giustizia nel 2010 (sentenza della Corte 4.3.2010 in C-297/08), per non aver garantito che, in Campania, i rifiuti fossero smaltiti senza pericolo per la salute e senza pregiudizio per l’ambiente.

Durante la pendenza di detta procedura sanzionatoria, la Commissione, nel 2008, a margine, aveva esplicitamente avvertito le autorità italiane circa le contromisure sul finanziamento del PO Campania che intendeva prendere a causa dell’avvio del  procedimento d’infrazione, stabilendo di rifiutare provvisoriamente e preventivamente tutte le domande di rimborso delle spese del sistema regionale di gestione e smaltimento dei rifiuti della Campania che fossero pervenute dopo l’inadempimento dell’Italia alle norme europee sui rifiuti (dalla data cioè della entrata in vigore della predetta direttiva sui rifiuti: 17 maggio 2006), in applicazione dell’art. 32, paragrafo 3, 1° comma, del Regolamento n. 1260/99, recante norme generali sui fondi strutturali (che stabilisce, appunto, che i pagamenti sono subordinati alla assenza della decisione di avviare un procedimento di infrazione, da parte della Commissione Europea).

Con due ricorsi l’Italia ha contestato le decisioni della Commissione e chiesto al Tribunale di annullare il rifiuto dello sblocco dei fondi strutturali, sostenendo che, per giustificare tale rifiuto, l’oggetto specifico del procedimento di infrazione avrebbe dovuto coincidere perfettamente con le «operazioni» oggetto della domanda di pagamento dei finanziamenti. Tuttavia, nella sentenza emessa dal Tribunale di prima istanza, il giudice europeo, rigettando le (fragili) tesi difensive della Repubblica Italiana, ha stabilito che per rifiutare pagamenti intermedi del FESR, è sufficiente che la Commissione dimostri, come nel caso concreto, che l’oggetto di un procedimento d’infrazione in corso sia direttamente collegato alla «misura» cui si riferiscono le operazioni oggetto del finanziamento.

Con la decisione in commento, dunque, si conclude (almeno per ora) la vergognosa vicenda nazionale della gestione dei rifiuti in Campania, e viene legittimato l’operato della Commissione, la quale – non sbloccando i rimborsi destinati al cofinanziamento delle azioni della Regione Campania volte a migliorare e a promuovere il sistema di raccolta e di smaltimento dei rifiuti – rifiuta alle casse nazionali le risorse finanziarie di copertura delle azioni intraprese per mettere in piedi il sistema campano e che, fino ad ora, ha dato luogo ad esborsi pari ad € 93.268.731,59, il cui 50% – vale a dire € 46.634.365,80 – doveva essere cofinanziato dai Fondi strutturali!

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Occupazione giovanile e Green Economy: proroga dei bandi per gli incentivi del MinAmbiente e della CDP

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Con un comunicato del Ministero dell’Ambiente del 26.4.103, è stato prorogato, di concerto con il Ministero dello Sviluppo Economico (Mi.SE), il termine per la presentazione delle domande di ammissione alle Misure per lo sviluppo dell’occupazione giovanile nel settore della green economy.

Fino al 15 maggio 2013 si potrà quindi provvedere a presentare richiesta di ammissione ai finanziamenti agevolati di cui alla circolare Ministero dell’Ambiente del 18 gennaio 2013, n. 5505.

Attraverso tale ultimo provvedimento, il Ministero dell’Ambente, di concerto con il Mi.SE e la Cassa Depositi e Prestiti S.p.A., ha istituito un Fondo di circa 400 milioni di Euro, per lo sviluppo dell’occupazione giovanile nel settore della green economy, nel quadro attuativo delle misure di sviluppo adottate ex art. 57 del D.L. n. 83 del 22 giugno 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n.134 recante: “Misure per lo sviluppo dell’occupazione giovanile nel settore della green economy” (in G.U. n.21, serie generale, del 25 gennaio 2013).

Sono coinvolte in questa importante iniziativa le imprese di tutti i settori, di qualsiasi dimensione ed i giovani lavoratori fino a 35 anni.

Delle risorse stanziate, ben 390 milioni di Euro sono finalizzati a progetti di investimento proposti da imprese costituite in qualsiasi forma, incluse S.r.l. semplificate, o loro consorzi, oppure imprese collegate tra loro con il nuovo strumento dei c.d. contratti di rete  (ex Legge 9 aprile 2009, n. 33), nei seguenti settori:

  • protezione del territorio e prevenzione del rischio idrogeologico e sismico;
  • ricerca, produzione e sviluppo di biocarburanti di seconda e terza generazione;
  • ricerca, sviluppo e produzione, mediante bio-raffinerie, di prodotti intermedi chimici da biomasse e scarti vegetali;
  • ricerca, sviluppo, produzione e installazione di tecnologie nel solare termico, a concentrazione, termodinamico, fotovoltaico, biomasse, biogas e geotermia;
  • incremento dell’efficienza negli usi dell’energia per i settori civile, industriale e terziario, compreso social housing;
  • servizi che comportino la riduzione dell’inquinamento e dell’uso delle risorse nell’arco dell’intero ciclo di vita.

L’erogazione dei finanziamenti è subordinato alla condizione che il progetto di investimento preveda per le impese richiedenti assunzioni, a tempo indeterminato, di un numero minimo di 3 lavoratori fino a 35 anni; in caso di PMI, Esco (c.d. Energy Service Company) e S.r.l. semplificate, il numero minimo di occupati scende ad 1.

I programmi di investimento devono prevedere un valore di impiego di risorse economiche minimo di 1 milione di euro. Tale soglia è ridotta a € 500.000 per le PMI ed imprese che fatturino meno di 50 milioni di euro annui, oppure a € 200.000 per le S.r.l. semplificate.

Il finanziamento agevolato, a tasso fisso dello 0,50% annuo rimborsabile in 5 anni può raggiungere i € 600.000 euro, oppure € 370.000 per le PMI ed Esco, oppure € 140.000 per le S.r.l semplificate.

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Agenzia delle Entrate e scadenze delle agevolazioni per il Terzo Settore: destinazione del 5 X 1000

images8.470Come stabilito dalla Agenzia delle Entrate con la Circolare n. 6 del 21 marzo 2013, scade domani, 7 maggio, il termine di presentazione telematica delle domande per la partecipazione alla liquidazione della quota del 5 per mille per l’anno 2013 a favore di alcuni soggetti specifici operanti nel c.d. terzo settore; in  particolare enti di volontariato ed associazioni sportive dilettantistiche.

Confermata la possibilità di destinazione di una quota pari al 5 per mille dell’Irpef per finalità di interesse sociale (in forza dei provvedimenti normativi relativi alla c.d. spending review e cioè:  D.L. n. 95/2012, convertito dalla Legge 7 agosto 2012, n. 135), le risorse complessive, da impiegare alla liquidazione a favore del non profit per l’esercizio 2013, sono quantificate nell’importo di 400 milioni di euro (art. 23, comma 2, del D.L. n. 95/2012).

La menzionata Circolare dell’Agenzia delle Entrate fornisce una guida completa per effettuare correttamente gli adempimenti, tenendo conto delle maggiori criticità che negli anni si sono rilevate, e che più frequentemente hanno causato l’esclusione dal contributo.

Sul potale dell’Agenzia sono presenti i dettagli completi per l’iscrizione negli elenchi degli enti di volontariato e per le associazione sportive dilettantistiche, con la rispettiva modulistica.

Invece, le istruzioni per iscriversi negli elenchi del cinque per mille 2013 per gli (1) enti della ricerca scientificae dell’università; (2) enti della ricerca sanitaria e (3) enti di tutela, promozione o valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, sono fornite,  più o meno in maniera soddisfacente, dalle rispettive Amministrazioni competenti: cioè per via telematica, presso il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), in maniera completa, con l’ausilio dell’apposito linkpresso il Ministero della Salute con l’ausilio di apposito link (non adeguato); e presso il Ministero dell’Ambiente che non reca alcuna evidenza utile per lo scopo.

Le date da ricordare per gli enti di volontariato e le associazioni sportive dilettantistiche sono:

  • 22 marzo 2013: Apertura della procedura di iscrizione
  • 7 maggio 2013: Termine per l’iscrizione telematica all’Agenzia delle Entrate.
  • 20 maggio 2013: Termine per la presentazione delle istanze all’Agenzia delle entrate per la correzione di errori di iscrizione negli elenchi degli enti del volontariato e delle associazioni sportive dilettantistiche.
  • 1° luglio 2013: Termine per l’invio delle dichiarazioni sostitutive all’Agenzia delle entrate da parte degli enti del volontariato.
  • 30 settembre 2013: Termine per la regolarizzazione della domanda di iscrizione e/o delle successive integrazioni documentali.

Dopo la formazione degli elenchi, l’Agenzia delle Entrate procederà, entro il 14 maggio, a pubblicarli sul proprio sito internet, distinti per tipologia: (i) enti del volontariato; (ii) enti della ricerca scientifica e dell’università; (iii) enti della ricerca sanitaria; e (iv) associazioni sportive dilettantistiche

Entro il 27 maggio avverrà la ripubblicazione degli elenchi depurati dagli errori segnalati alla Agenzia delle Entrate entro il 20 maggio dagli enti del volontariato e dalle associazioni sportive dilettantistiche.

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