Product Placement 2.0, come “fertilizzare” la Rete coltivando i contenuti e trasformando, ipso facto, il Far-Web

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Da giugno scorso fino a tutto il mese di agosto del 2013, il celebre brand presente su bottiglie e lattine della bibita analcolica più famosa al mondo ha deciso di sostituire il proprio logo con nomi propri fra i più diffusi in Italia, e con modi di dire comuni e popolari tra i consumatori, rendendoci tutti protagonisti di una campagna pubblicitaria che, giocando sui concetti di condivisione 2.0 e “amicizia digitale”, sta invadendo in questi giorni la routine dei più giovani, e non solo. 

Tale interessante progetto, pianificato da Starcom Italia e supportato da una campagna integrata di “marketing sociale”, ideata e realizzata da McCann Worldgroup, a ben vedere, sfrutta le zone d’ombra della disciplina normativa sulla comunicazione pubblicitaria per centrare l’obiettivo della promozione indiretta del prodotto, e fornisce spunto per alcune riflessioni sul mezzo pubblicitario e, in particolare, sul Product Placement e la sua recente utilizzazione all’interno dei Social Network.

Astrattamente, secondo i criteri normativi vigenti, i messaggi pubblicitari, indipendentemente dal mezzo di diffusione utilizzato, dovrebbero essere riconoscibili come tali e distinti da qualsiasi altra forma di comunicazione, poiché il fruitore deve essere sempre in grado di rendersi conto della finalità promozionale delle informazioni che gli vengono trasmesse per poter graduare il suo livello di attenzione. Detto concetto è il c.d. principio di trasparenza, enunciato dall’art. 5 d.lgs. n. 145/07, ed è posto a tutela dei destinatari del messaggio promozionale per proteggerli da forme di pubblicità non immediatamente percepibile, consentendo una rielaborazione delle informazioni commerciali nel rispetto dei rapporti di concorrenza leale tra imprese al fine di evitare ingiusti vantaggi.

Per molto tempo, in virtù dell’enunciato principio, il Product Placement, o collocamento pianificato di marchi e prodotti nell’ambito di un’opera, è stato considerato una forma di pubblicità occulta, in quanto risultante da un sottostante accordo commerciale tra il produttore dell’opera medesima e l’impresa commerciale che intendeva promuoversi sfruttando la sua diffusione al pubblico. Oggi, invece, lo strumento del Product Placement si è profondamente evoluto; e da strumento di pubblicità occulta è diventato un mezzo di promozione lecito, a condizione di essere comunicato al pubblico in maniera non equivoca e palese. E, nel tempo, a seconda delle modalità dell’inserimento di marchi o prodotti all’interno di un’opera, si sono altresì distinte diverse tipologie di Product Placement: visuale o screen placement se la citazione è visiva, verbale o script placement se la citazione è orale o scritta, integrato o plot placement se il marchio o il prodotto costituisce parte della trama, ovvero della struttura creativa dell’opera.

Il Product Placement si è rivelato nel corso degli anni uno strumento molto duttile e conveniente rispetto a quelli tradizionali, in quanto non è soggetto ai limiti di affollamento pubblicitario previsti dal d.lgs.n. 177/05, non interrompe il godimento dell’opera e la sua programmazione e, soprattutto, non sfugge all’attenzione dello spettatore ovvero del fruitore dell’opera. Peraltro, con tale strumento di marketing – poiché il messaggio promozionale scaturisce dalla fusione fra il contenuto artistico e quello pubblicitario –  il prodotto o il marchio oggetto di promozione beneficiano di un ritorno pubblicitario che si rinnova ogni volta che il film o altro tipo di opera in cui è utilizzato vengono riproposti al pubblico (in luoghi e tempi diversi), acquisendo una cassa di risonanza maggiore rispetto ad una tradizionale réclame.

Ciò detto, deve precisarsi che, ai sensi dell’art. 9 d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 28, è ammesso il collocamento pianificato di marchi e prodotti nelle scene di un’opera cinematografica, purché avvenga con le modalità previste dal d.lgs. n. 235/04, dal momento che “l’inserimento scenografico” del prodotto o del marchio nell’opera deve essere veritiero, palese, corretto, coerente, ed integrato nello sviluppo dell’azione, senza costituire, cioè, un’interruzione della narrazione; e nei titoli di coda, ovvero nei “credits” dell’opera medesima, il fruitore deve essere informato della presenza dei marchi e prodotti all’interno di essa, con la specifica indicazione delle aziende inserzioniste. La tecnica di comunicazione pubblicitaria del Product Placement, inoltre, deve essere ricompresa nei limiti del d. lgs. n. 74/92 come modificato dal d.lgs. n. 67/00  che, in tema di riconoscibilità della pubblicità, disciplina in modo organico il fenomeno che, già molto diffuso nella produzione cinematografica straniera in particolare statunitense, si è gradualmente sviluppato anche nel nostro Paese nell’ultimo decennio.

Le forme di collocamento pianificato sono rimesse alla libera contrattazione tra le parti, nel rispetto dei limiti e dei requisiti imposti dalla legge. Nello specifico, devono essere rispettati i criteri individuati negli articoli 3, 3-bis e 6 del menzionato d.lgs. n. 74/92 e ss.mm., relativi alla pubblicità ingannevole ed alle condizioni di liceità della pubblicità comparativa.[1] E, ulteriori confini, sono altresì stabiliti dalla direttiva CE 65/2007, attuata dal d.lgs. 44/2010, il quale, peraltro, affida all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) il compito di vigilare sulla corretta applicazione delle norme con il potere di prendere provvedimenti contro chi viola le regole.[2]

Il contratto di Product Placement è un contratto atipico consensuale ad effetti obbligatori, a titolo oneroso e a prestazioni corrispettive, il cui contenuto può variare notevolmente in conseguenza della pressoché totale autonomia negoziale delle parti. Esso può consistere anche in una prestazione di servizi, quale il collocamento di uno marchio o di un prodotto all’interno di un’opera, in un mandato al compimento di detta attività, oppure in un semplice contratto di comodato con vincoli meno onerosi che permettono, comunque, di perseguire gli stessi scopi. Quanto alla controprestazione, essa può essere eseguita dietro pagamento di una somma, oppure dietro fornitura di prodotti e servizi.

La struttura contrattuale è di solito molto semplice. Tuttavia è possibile ricorrere ad impianti negoziali più complessi che consentono anche di controllare, in “corso d’opera”, l’investimento necessario alla promozione indiretta effettuata con il Product Placement, riconoscendo diverse facoltà volte a verificare se l’immagine del marchio o del prodotto “citata” sia o meno fedele a quella avuta presente al momento della stipula del contratto. E sono frequenti, nella pratica, anche inserimenti di un progetto di Product Placement all’interno di azioni di co-marketing e co-branding al fine di potenziare l’investimento pubblicitario.

Ma lo strumento che attualmente si combina meglio e per lo più gratuitamente al Product Placement è, senza dubbio, quello del Social Network.

I siti di aggregazione sociale, attraverso le molteplici funzioni che offrono all’utenza, ad esempio quella dei “tag”, infatti, consentono di pubblicizzare facilmente un prodotto o un marchio allargando il bacino potenziale di interesse e veicolando, a basso costo, il messaggio pubblicitario ad un target esteso e potenzialmente auto-moltiplicato attraverso il semplice passaparola, ovvero la mera pubblicazione di un singolo utente con molte “interazioni sociali”.

La convergenza del Product Placement sui portali sociali ha enormi vantaggi legati ai costi, ma presenta anche degli svantaggi e dei lati negativi per quanto concerne alcuni aspetti. I rischi più tangibili sono quelli relativi al danno reputazionale dovuti a prodotti o marchi contraffatti e non originali, che si traducono in ipotesi di contraffazione, concorrenza sleale anche di tipo denigratorio, e storno di clientela. E molte aziende che, per tale motivo, richiedono a professionisti specializzati un monitoraggio dei loro prodotti e marchi su Internet.

Tuttavia, nonostante le possibili distorsioni, è indubbio che sia davvero uno spreco non sfruttare l’opportunità del Product Placement sui Social Network, tenuto conto che il collocamento pianificato di marchi e prodotti è uno strumento che funziona efficacemente in via digitale. E sempre più numerose sono le aziende che sfruttano le webseries per fare Product Placement, puntando alla qualità della storia prodotta, oltre che al numero di visualizzazioni, per promuovere i loro prodotti/servizi o marchi.

Il Product Placement, con la nuova stagione avviata con l’affermazione dei siti di aggregazione sociale, a circa 10 anni dalla sua legalizzazione, si conferma dunque un fenomeno in continua espansione e attraverso i Social Network sta conoscendo una fase del tutto nuova.

Ecco perché, in attesa che vengano sbloccate le pervicaci resistenze alla regolamentazione del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica, tale nuova applicazione del Product Placement, a nostro avviso, può costituire un importante veicolo per “normalizzare”,, indirettamente, le condizioni economiche idonee allo sviluppo degli investimenti necessari sia alla produzione dei contenuti protetti, sia allo sfruttamento dell’immensa (ed ineguagliata) possibilità di accesso al mercato offerta dalla Rete (e speriamo, una volta tanto, a favore anche delle imprese italiane).

A cura di Giulia Arangüena ed Emanuele Tentori


[1] Al Product Placement si applicano inoltre i divieti e le limitazioni di cui alla l. 10 aprile 1962, n. 165, alla l. 6 agosto 1990, n. 223 – modificata dal citato d.lgs. n. 177/05 – ed al D.M. 30 novembre 1991, n. 425, che vietano la propaganda pubblicitaria dei prodotti da fumo, nazionali od esteri, la pubblicità dei medicinali e delle cure mediche disponibili unicamente con ricetta medica, e la  pubblicità delle bevande alcooliche.

[2] La materia si aggiunge al già cospicuo elenco di temi in cui concorrono anche le competenze di un’altra autorità amministrativa indipendente, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, AGCM, alla quale dal d.lgs.n. 177/05, in attuazione della Direttiva n. 2005/29 CE (di modifica della precedente Direttiva 84/450/CE), ha affidato poteri, anche inibitori, per reprimere le forme di pubblicità ingannevole e comparativa illecita.

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Dopo la Moda, il Disign e l’Agroalimentare anche il Cinema entra nel Made in Italy, e punta all’internazionalizzazione

cinemamadeinNon solo cattive notizie per il Cinema e l’audiovisivo italiano. E, a parte la protesta che sta montando in questi giorni per la decisione del Governo di tagliare il Tax Credit di altri 45 milioni di Euro,[1] e di “falciare” il FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) di circa 22 milioni di euro, c’è anche qualche buona notizia che merita la dovuta attenzione.

Da pochi giorni, infatti, il cinema e l’audiovisivo italiano sono entrati, finalmente, nel  brand del Made in Italy che, pertanto, sui mercati esteri, non identificherà più solo moda o design italiano, ma anche un pezzo importante della nostra industria culturale, la quale, nel suo complesso – è sempre bene ricordarlo – ha una parte significativa nella produzione di ricchezza e dell’occupazione in Italia: il 4,9% del Pil, 1.400.000 occupati, 400.000 imprese coinvolte, con un rilevante “effetto moltiplicatore“, trainante cioè per altre aree e settori economici.[2]

Per raggiungere questo scopo, che consentirà al cinema ed all’audiovisivo italiano di puntare ai mercati internazionali diventando un prodotto esportabile, ricercato, apprezzato e venduto anche fuori dai confini nazional, il Ministero dello Sviluppo Economico – in collaborazione con il ICE (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), Anica, Istituto Luce-CineCittà e Doc/it (l’Associazione italiana di rappresentanza ufficiale dei produttori e degli autori di documentari) -, ha incluso l’industria cinematografica, per la prima volta, all’interno di un progetto di promozione del Made in Italy all’estero che prevede diverse iniziative.

Tale progetto è stato presentato il 18 luglio 2013 all’Auditorium di Via Veneto, e contempla un primo investimento di 800 mila euro, oltre che i 300 mila euro che ICE già investe ogni anno nel settore ed altre misure di sostegno alla produzione e distribuzione dei contenuti audiovisivi e cinematografici; che consentiranno, fino alla fine del 2014, ai nostri film e documentari d’autore, location cinematografiche e progetti di coproduzione di fare “il giro del mondo”, promossi come l’Italia già fa per la moda o i prodotti agroalimentari, attraverso road show all’estero, in particolare negli Stati Uniti, America Latina, Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan.

Alla presentazione del progetto erano presenti Pietro Celi, Direttore Generale per l’internazionalizzazione e la promozione degli scambi del MiSE, Nicola Borrelli, Direttore Generale Cinema  del MIBAC, Riccardo Monti, Presidente dell’ICE, Riccardo Tozzi, Presidente di ANICA, Roberto Cicutto, Amministratore Delegato di Istituto Luce-Cinecittà e Gerardo Panichi, Presidente di Doc/it.

Dal dibattito è emerso che l’audiovisivo – come ha ricordato Riccardo Monti – è una grande ed importante industria nazionale, con 10 miliardi di fatturato, che genera un’occupazione qualificata, spesso giovane e creativa, produce contenuti da esportare, ed è un volano per promuovere e raccontare l’Italia e lo stile di vita italiano. Dello stesso avviso Pietro Celi, per il quale il cinema italiano non è solo un prodotto culturale e artistico, ma anche un vero e proprio prodotto del Made in Italy, una vetrina del patrimonio di qualità e originalità italiano. Inoltre, il cinema – sostiene Riccardo Tozzi – rappresenta il vettore ideale dei valori, in grado di rappresentare l’Italia e i mercati internazionali costituiscono la sfida per la crescita dimensionale della nostra industria.

In occasione di eventi quali la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, il Festival do Rio, il Red Square Screenings, il Festival Internazioanle di Roma, The Business Street e New Cinema Network, Ventana sur di Buenos Aires, e il Beijing International Film Festival, il nostro cinema può diventare veicolo di produzione del miglior Made in Italy; e la “filosofia” cui l’attività di networking fra i produttori e distributori italiani e i buyers stranieri deve ispirarsi – ha ribadito Roberto Cicutto – sta nel considerare il cinema come prodotto del Made in Italy e come veicolo di promozione dei nostri prodotti di eccellenza. Il cinema e l’audiovisivo fatturano il doppio del trasporto aereo, ma il punto debole è l’estero; tant’è che, come evidenziato nella discussione, il bilancio dello scambio commerciale Italia – Estero è in passivo, e vale meno dello 0,1% del volume totale degli scambi  internazionali dell’Italia.

Per questa ragione le iniziative a sostegno del cinema italiano e di supporto alla produzione italiana devono essere promosse secondo una “logica di sistema”.

In tale quadro, l’ICE collaborerà con gli Istituti italiani di cultura e le ambasciate in paesi come la Russia o gli Stati Uniti, grandi mercati dell’audiovisivo, cercando di aiutare le Film Commission ad attrarre investitori stranieri in Italia. Mentre l’ANICA pubblicherà dei bandi cui potranno partecipare anche buyers stranieri per accedere all’erogazione di contributi diretti a parziale copertura dei costi di lancio per l’uscita in sala dei film italiani in aree come America Latina e Far East, impegnandosi ad intensificare gli scambi B2B tra gli operatori del settore in paesi come Russia, Cina e America Latina, nonché a favorire progetti di coproduzione con benefici economici per i produttori internazionali che decidano di investire nel nostro paese grazie ad incentivi, come il Tax Credit e i fondi Regionali disponibili per il Cinema e l’Audiovisivo.

Il progetto prevede anche la sperimentazione di azioni congiunte di Product placement con il settore manifatturiero per valorizzare le varie componenti del Made in Italy in un’ottica di “sistema”. L’Istituto Luce-Cinecittà offrirà ai produttori la possibilità di avvalersi di una distribuzione nelle sale cinematografiche internazionali utilizzando nuove tecnologie digitali con abbattimento dei costi per costituire una nuova forma di distribuzione, garantita da una società altamente specializzata che fa da aggregatore on-line di contenuti artistici e cinematografici, la Emerging Pictures. E saranno organizzati eventi di c.d. Words on Screen, allo scopo di promuovere la produzione cinematografica e l’editoria nazionale nell’ambito del progetto del Governo italiano “2013 Anno della Cultura Italiana negli Stati Uniti”, nel quale l’ANICA in collaborazione con l’AIE, l’Associazione Italiana Editori, e la Fondazione Cinema per Roma, attraverso New Cinema Network, con il sostegno del Ministero per lo Sviluppo Economico, organizzerà incontri tra produttori, scrittori ed editori italiani e internazionali.

Insomma, malgrado la modesta entità dell’intervento economico e la scarsità di risorse (che peraltro affligge tutti e tutti i settori), l’industria culturale risponde con un progetto nel quale la parola d’ordine sembra essere fare network tra tutti gli stakeholders per recuperare, in una logica di sistema, un approccio complessivo, puntando su iniziative strategiche e di qualità per un obiettivo comune: fare crescere la nostra industria cinematografica.

In quest’ottica, non v’è che prendere nota e fare il tifo per il nostro Cinema, entrato ormai, a pieno diritto, nel Made in Italy!

a cura di Emanuele Tentori

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[1] Le disposizioni sul tax credit-credito d’imposta prevedono la possibilità di compensare debiti fiscali (Ires, Irap, Irpef, Iva, contributi previdenziali e assicurativi) con il credito maturato a seguito di un investimento nel settore cinematografico (art. 1, comma 327, l. n. 244/2007 e decreto 7.5.2009 “tax credit produttori”).

[2] Sul punto cfr Rapporto 2013, Io sono cultura, della Fondazione Symbola in collaborazione con Unioncamere.

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Aspettando la nuova consultazione pubblica dell’AGCOM sul copyright on-line

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Il 17 luglio del 2013, il Presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, AGCOM, Angelo Marcello Cardani, ha concluso le sue audizioni aggiornando il Senato ed il Parlamento sulla intenzione di riprendere il complesso lavoro svolto dalla passata consiliatura in materia di protezione del diritto on-line, che aveva condotto, dopo un aspro e controverso dibattito, ad un progetto di regolamento.

Durante l’audizione di fronte al Parlamento, Cardani ha ribadito che l’AGCOM è pienamente legittimata e munita di ogni potere per far fronte alla protezione dei diritti d’autore on-line; ed ha auspicato, tuttavia, una modifica ulteriore, della legge italiana sul diritto d’autore (Legge 633/1941), in modo da adattarla alle nuove innovazioni tecnologiche.

Secondo Cardani, il tempo intercorso dalla sospensione del lavoro già effettuato ha accresciuto le attese rispetto all’intervento dell’AGCOM, e la nuova consiliatura ritiene opportuno, dunque, riavviare il percorso interrotto al fine di valutare approfonditamente tutte le questioni giuridiche, economiche e tecniche rilevanti, decidendo in merito all’opportunità ed alle eventuali modalità dell’intervento.

Cardani ha anche anticipato che i “due pilastri” su cui poggerà l’azione regolatoria dell’Autorità si baseranno: (i) sull’educazione alla legalità e (ii) sullo sviluppo di un’offerta legale in Rete dei contenuti protetti dal diritto d’autore.

Accanto a questi due pilastri, Cardani ha riferito che vi sarà anche uno strumento di enforcement, le cui modalità, in corso di definizione e fatto salvo lo strumento normativo primario del Parlamento, prevedono un’attivazione solo su segnalazione/denuncia dei titolari dei diritti e non d’ufficio, e mai nei confronti degli utenti-downloaders, dando priorità invece ai casi di violazioni massive del copyright.

Poiché, come sottolineato da Cardani, si dovrà procedere a (nuova) consultazione pubblica, si resta in attesa delle determinazioni di avvio da parte dell’AGCOM a partire dal prossimo Consiglio fissato per il 25 luglio.

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Cartolarizzazione dei film anche a favore delle società di distribuzione: l’opinione dell’Antitrust

filmLa Minerva Pictures Group S.r.l., con un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, qualche tempo fa ha sollevato una questione di grande rilevanza per il settore cinematografico nazionale, che su indicazione del Consiglio di Stato, è stata oggetto di una richiesta di acquisizione a maggio del 2013 di un avviso dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

L’argomento della sollecitazione consultiva dell’Antitrust, nell’ambito del rimedio giurisdizionale in parola, che consente al Consiglio di Stato di indicare, ove necessario, questioni che richiedano interpretazioni autentiche di norme, è una disposizione del D. M. dell’8 febbraio 2013: l’art. 20.

Giova premettere, in via generale, che tale provvedimento ministeriale reca importanti modifiche nelle modalità tecniche per il sostegno alla produzione e distribuzione cinematografica, nonché per l’erogazione dei contributi percentuali sugli incassi realizzati dai film prodotti con i contributi statali, andando ad integrare taluni aspetti delle procedure di cartolarizzazione delle opere cinematografiche, introdotte nel nostro ordinamento, quale strumento di sostegno ed incentivazione alla produzione filmica, a partire dal decreto legislativo n. 28 del 2004.[1]

In particolare – tralasciando le pur interessanti peculiarietà della leva finanziaria di cui alla securitization cinematografica, che consente alle imprese di produrre un progetto filmico (nazionale e di riconosciuto interesse culturale) attraverso contributi statali garantiti dai flussi dei successivi incassi derivanti dalla proiezione e dall’utilizzazione economica dell’opera -, la norma ex D.M. 8 febbraio 2013 (art. 20) portata all’attenzione dell’AGCOM, è quella che attribuisce alle imprese di produzione cinematografica la possibilità di beneficiare della procedura di cartolarizzazione per estinguere i debiti risultanti da finanziamenti deliberati dallo Stato (anche antecedentemente al 31 dicembre 2006). Tale disposizione, inoltre, da la possibilità:

  1. all’impresa di produzione di divenire titolare, con l’estinzione del debito, del 100% dei diritti dominicali e di sfruttamento economico dell’opera; ovvero
  2. di concordare, in caso di mancata restituzione del dovuto, che lo Stato ne diventi pieno titolare.[2]

Detta norma, al comma 4°, aggiunge l’ulteriore facoltà per l’impresa di produzione di ricorrere allo strumento della cartolarizzazione anche per estinguere autonomi finanziamenti, eventualmente ricevuti in aggiunta per sostenerne la successiva attività di distribuzione ed esportazione delle opere filmiche in questione, ma solo a condizione che esse abbiano già ottenuto “a monte” un finanziamento alla produzione.

Il combinato disposto delle norme in parola, riguardanti solo le aziende di produzione, per l’impulso dei rilievi della Minerva Picture che, evidentemente, ha posto la questione nell’ambito del mezzo giurisdizionale attivato, ha richiesto il parere dell’Antitrust per le possibili implicazioni in tema di restrizioni concorrenziali derivanti dall’interpretazione applicativa da parte del MIBAC del decreto ministeriale del febbraio del 2013. La preoccupazione, infatti, riguarderebbe la possibilità che l’accesso allo strumento della cartolarizzazione – riconosciuto dalle disposizioni in commento alle sole imprese di produzione, e non anche delle imprese di distribuzione -, possa essere in qualche modo distorsivo della concorrenza nei confronti di queste ultime, determinando un vantaggio competitivo a favore di quelle imprese verticalmente integrate, attive cioè sia nella produzione che nella distribuzione dei prodotti cinematografici.

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nel parere reso a maggio scorso, valutata comunque la ratio della norma ex art. 20 del DM dell’8 febbraio 2013, volta a realizzare la concentrazione della titolarità dei diritti in capo ad un unico soggetto con conseguente riduzione dei costi, al fine di evitare applicazioni “distorsive” e disparità di trattamento tra le imprese di produzione verticalmente integrate anche sui segmenti della filiera economica della distribuzione e dell’esportazione, da un lato, e le imprese di sola distribuzione dall’altro, ritiene opportuno (e suggerisce) un approccio meno rigido che comprenda cioè la possibilità di utilizzare estensivamente la leva della cartolarizzazione per estinguere sia finanziamenti ottenuti “a monte” (alla produzione), sia quelli ricevuti dalle imprese per la distribuzione dell’opera filmica.

Secondo l’Antitrust, l’approccio interpretativo che dovrebbe seguire il MIBAC deve essere prima di tutto rivolto a verificare l’ambito dei diritti di cui in concreto diviene titolare la società di distribuzione nell’ambito del processo realizzativo di un’opera cinematografica, tenuto conto della possibilità che possa essere anch’essa titolare di diritti di sfruttamento dei film, oltreché beneficiaria dei finanziamenti. Sulla base di ciò, secondo l’opinione dell’AGCM, occorre ampliare l’utilizzabilità dello strumento di securitization anche alle imprese di distribuzione cinematografica qualora, nella realizzazione di un’operazione di cartolarizzazione, la titolarità dei diritti allo sfruttamento economico venga prevista come effettivamente trasmissibile al distributore stesso all’estinzione del finanziamento ottenuto a valere dei contributi statali.

Alla luce di quanto ritenuto dall’Antitrust, pertanto, si può legittimamente ritenere, salvo verifiche sull’applicazione concreta da parte del MIBAC, che – in fase interpretativa – la normativa in esame (art. 20 DM 8 febbraio 2013), nonostante la limitazione del dettato dispositivo, sia riferibile anche alle imprese di distribuzione cinematografica quando queste abbiano acquisito i diritti di sfruttamento economico dell’opera filmica; le quali, pertanto, al pari delle società di produzione, potrebbero beneficiare della procedura di cartolarizzazione prevista dalla legge, ossia della possibilità di estinguere la propria posizione debitoria con riferimento ai finanziamenti pubblici ricevuti, trasferendo la titolarità dei suddetti diritti allo Stato a scopo di garanzia fino all’estinzione del debito e non oltre la durata della protezione legale.

A cura di Emanuele Tentori


[1] Con tale importante provvedimento legislativo vi è stata l’estensione (e l’adattamento) nel campo degli incentivi alla produzione di opere cinematografiche (italiane e di interesse culturale) delle tipiche tecniche finanziarie di c.d. securitization, volte a realizzare un complesso processo finanziario, attraverso il quale attività a c.d. liquidità differita (crediti o altre attività produttivi di flussi di cassa periodici e futuri) vengono convertite in prodotti finanziari rappresentati da titoli, negoziabili, e collocabili sui mercati, attraverso la loro cessione ad un soggetto specializzato.

[2] Peraltro, le modalità con le quali la titolarità dei diritti di sfruttamento economico dell’opera, decorsi cinque anni dall’erogazione del contributo non venga interamente restituito, è attribuita, per conto dello Stato, al MIBAC , ovvero all’impresa di produzione cinematografica interessata, sono stabilite nel decreto ministeriale emesso a norma dell’art. 12 co. 5 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 28

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Al via lo startup di reti di imprese: il contratto di rete sbarca nel turismo

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Sono‭ ‬8‭ ‬milioni di euro quelli messi a disposizione per le PMI italiane che si riuniscono in‭ ‬reti d’impresa‭ ‬e presentano progetti per il turismo.‭ ‬Il finanziamento è previsto dal DPCM dell‭’‬8.1.2013,‭ ‬pubblicato in Gazzetta Ufficiale solo il‭ ‬19‭ ‬aprile scorso.

Con detto provvedimento, il Ministero per gli Affari Regionali,‭ Turismo e Sport intende ‭ finanziare 40 progetti di investimento – non inferiori a € 400.000 – con contributi a fondo perduto fino al 50%, al fine di ‬supportare i processi di riorganizzazione della filiera turistica,‭ ‬migliorare la qualificazione del comparto,‭ e ‬accrescere competitività e innovazione‭ ‬dell’imprenditorialità del settore turistico.

Ora, quindi, manca solo il bando‭ ‬che il Ministero‭ ‬(speriamo‭) ‬dovrebbe‭ ‬pubblicare in tempi brevi.‭

L’importanza di tale iniziativa non è tanto nell’entità di questo primo finanziamento (se vogliamo modesto e non ancora attivato), quanto, piuttosto, in due tasselli specifici dell’intervento finanziario. Esso, infatti:

  • si colloca nell’ambito del piano strategico per lo sviluppo turistico che, finalmente, l’Italia ha adottato il 18 gennaio scorso varando il documento strategico, Turismo Italia 2020; e 
  • manifesta la condivisibile scelta (politica) di privilegiare, a sostegno dello sviluppo economico, le aggregazioni delle reti di imprese, costituite cioè attraverso l’utilizzo del nuovo strumento giuridico-economico del Contratto di Rete

Il documento Turismo Italia 2020 – di cui (a torto) poco o nulla si parla nel dibattito pubblico – costituisce il primo significativo passo verso il ripensamento integrale della filiera turistica di cui vengono completamente ridisegnate strutture, governance, finalità e metodologie di approccio; e possiamo quindi solo augurarci, visto il significato strategico del settore turistico per il nostro Paese, che il «piano industriale» in esso contenuto possa entrare in una rapida, trasparente ed efficace fase di attuazione.

Quanto alla opzione fatta a favore delle reti di impresa, non possiamo che aderire ad essa, dal momento che il Contratto di Rete, ancora poco diffuso (in quanto strumento di law&economics recentemente introdotto, dopo un travagliatissimo iter, ex art. 3, commi 4-ter, 4-quater, 4-quinquies della Legge 9 aprile 2009, n. 33 di conversione del D.L. 10 febbraio 2009, n. 5, ulteriormente modificata dal D.L. 31 maggio 2010, n. 78 convertito nella Legge n. 122 del 30 luglio 2010), si è già dimostrato particolarmente adatto allo sviluppo delle PMI, così come dicono gli ultimi dati di analisi. Sicché, far sbarcare il Contratto di Rete nel turismo, in uno dei settori chiave cioè che, come il Made in Italy, rappresenta una risorsa per il Paese, è di assoluto interesse ed è uno degli aspetti più importanti del provvedimento ministeriale che ha stanziato il finanziamento.

Gli altri aspetti significativi sono i seguenti.

1. Verranno premiati in particolare i progetti orientati a valorizzazione del territorio, penetrazione nei mercati esteri, ottimizzazione dei costi di fornitura attraverso sistemi online, nuove tecnologie e social marketing.‭

2. I finanziamenti sono destinati ad aggregazioni di almeno dieci PMI nelle seguenti forme giuridiche: (i) reti di PMI nella forma del contratto di rete‭; (ii) ‬A.T.I: associazioni temporanee di imprese,‭ ‬costituite o ancora da costituire‭; e (iii) ‬consorzi e società consortili,‭ ‬anche in forma cooperativa.

3. Il decreto prevede che almeno l‭’‬%‭ ‬delle imprese che aderiscono all’aggregazione devono far parte del settore turistico ‭(cfr ‬classificazione ATECO‭ ‬2007,‭ che ‬comprende anche agenzie di viaggio e aziende trasporto persone‭)‬.‭

4. Il progetto finanziabile deve riguardare una o più delle seguenti attività:

  • riduzione dei costi delle imprese facenti parte della rete attraverso la messa a sistema ‭ ‬degli strumenti informativi di amministrazione,‭ ‬gestione e prenotazione dei servizi turistici,‭ ‬o la creazione di piattaforme per acquisti collettivi di beni e servizi‭; 
  • ‬impulso alla conoscenza del territorio a fini turistici con particolare riferimento a sistemi di promozione e commercializzazione online‭; 
  • implementazione di iniziative di promo-commercializzazione che utilizzino le nuove tecnologie e,‭ ‬in particolare,‭ ‬i ‭ ‬nuovi strumenti di social marketing‭; 
  • sviluppo di iniziative e strumenti di promo-commercializzazione condivisi fra le aziende della rete e creazione di pacchetti turistici innovativi‭;
  • ‬promo-commercializzazione delle imprese sui mercati esteri attraverso la partecipazione a fiere e la creazione di materiali promozionali comuni.

5. Le spese ammissibili al finanziamento comprendono anche i costi di costituzione della rete di imprese, e quelli per tecnologie e strumentazioni hardware e software, la consulenza e assistenza tecnico-specialistica prestate da soggetti esterni all’aggregazione per la ‭ ‬redazione di programma di rete e lo sviluppo del progetto (che non possono avere una incidenza superiore al‭ ‬10%‭ ‬del contributo richiesto), la promozione integrata sul territorio nazionale e promozione unitaria sui mercati internazionali,‭ per la ‬comunicazione e pubblicità riferiti alle attività di progetto e, infine, per la formazione dei titolari d’azienda e del personale dipendente impiegato nelle attività di progetto,‭ ‬nella misura massima del‭ ‬15%.

Insomma, un buon pacchetto per lo start-up di reti di imprese turistiche innovative.

(Riproduzione riservata)

Occupazione giovanile e Green Economy: proroga dei bandi per gli incentivi del MinAmbiente e della CDP

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Con un comunicato del Ministero dell’Ambiente del 26.4.103, è stato prorogato, di concerto con il Ministero dello Sviluppo Economico (Mi.SE), il termine per la presentazione delle domande di ammissione alle Misure per lo sviluppo dell’occupazione giovanile nel settore della green economy.

Fino al 15 maggio 2013 si potrà quindi provvedere a presentare richiesta di ammissione ai finanziamenti agevolati di cui alla circolare Ministero dell’Ambiente del 18 gennaio 2013, n. 5505.

Attraverso tale ultimo provvedimento, il Ministero dell’Ambente, di concerto con il Mi.SE e la Cassa Depositi e Prestiti S.p.A., ha istituito un Fondo di circa 400 milioni di Euro, per lo sviluppo dell’occupazione giovanile nel settore della green economy, nel quadro attuativo delle misure di sviluppo adottate ex art. 57 del D.L. n. 83 del 22 giugno 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n.134 recante: “Misure per lo sviluppo dell’occupazione giovanile nel settore della green economy” (in G.U. n.21, serie generale, del 25 gennaio 2013).

Sono coinvolte in questa importante iniziativa le imprese di tutti i settori, di qualsiasi dimensione ed i giovani lavoratori fino a 35 anni.

Delle risorse stanziate, ben 390 milioni di Euro sono finalizzati a progetti di investimento proposti da imprese costituite in qualsiasi forma, incluse S.r.l. semplificate, o loro consorzi, oppure imprese collegate tra loro con il nuovo strumento dei c.d. contratti di rete  (ex Legge 9 aprile 2009, n. 33), nei seguenti settori:

  • protezione del territorio e prevenzione del rischio idrogeologico e sismico;
  • ricerca, produzione e sviluppo di biocarburanti di seconda e terza generazione;
  • ricerca, sviluppo e produzione, mediante bio-raffinerie, di prodotti intermedi chimici da biomasse e scarti vegetali;
  • ricerca, sviluppo, produzione e installazione di tecnologie nel solare termico, a concentrazione, termodinamico, fotovoltaico, biomasse, biogas e geotermia;
  • incremento dell’efficienza negli usi dell’energia per i settori civile, industriale e terziario, compreso social housing;
  • servizi che comportino la riduzione dell’inquinamento e dell’uso delle risorse nell’arco dell’intero ciclo di vita.

L’erogazione dei finanziamenti è subordinato alla condizione che il progetto di investimento preveda per le impese richiedenti assunzioni, a tempo indeterminato, di un numero minimo di 3 lavoratori fino a 35 anni; in caso di PMI, Esco (c.d. Energy Service Company) e S.r.l. semplificate, il numero minimo di occupati scende ad 1.

I programmi di investimento devono prevedere un valore di impiego di risorse economiche minimo di 1 milione di euro. Tale soglia è ridotta a € 500.000 per le PMI ed imprese che fatturino meno di 50 milioni di euro annui, oppure a € 200.000 per le S.r.l. semplificate.

Il finanziamento agevolato, a tasso fisso dello 0,50% annuo rimborsabile in 5 anni può raggiungere i € 600.000 euro, oppure € 370.000 per le PMI ed Esco, oppure € 140.000 per le S.r.l semplificate.

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Agenzia delle Entrate e scadenze delle agevolazioni per il Terzo Settore: destinazione del 5 X 1000

images8.470Come stabilito dalla Agenzia delle Entrate con la Circolare n. 6 del 21 marzo 2013, scade domani, 7 maggio, il termine di presentazione telematica delle domande per la partecipazione alla liquidazione della quota del 5 per mille per l’anno 2013 a favore di alcuni soggetti specifici operanti nel c.d. terzo settore; in  particolare enti di volontariato ed associazioni sportive dilettantistiche.

Confermata la possibilità di destinazione di una quota pari al 5 per mille dell’Irpef per finalità di interesse sociale (in forza dei provvedimenti normativi relativi alla c.d. spending review e cioè:  D.L. n. 95/2012, convertito dalla Legge 7 agosto 2012, n. 135), le risorse complessive, da impiegare alla liquidazione a favore del non profit per l’esercizio 2013, sono quantificate nell’importo di 400 milioni di euro (art. 23, comma 2, del D.L. n. 95/2012).

La menzionata Circolare dell’Agenzia delle Entrate fornisce una guida completa per effettuare correttamente gli adempimenti, tenendo conto delle maggiori criticità che negli anni si sono rilevate, e che più frequentemente hanno causato l’esclusione dal contributo.

Sul potale dell’Agenzia sono presenti i dettagli completi per l’iscrizione negli elenchi degli enti di volontariato e per le associazione sportive dilettantistiche, con la rispettiva modulistica.

Invece, le istruzioni per iscriversi negli elenchi del cinque per mille 2013 per gli (1) enti della ricerca scientificae dell’università; (2) enti della ricerca sanitaria e (3) enti di tutela, promozione o valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, sono fornite,  più o meno in maniera soddisfacente, dalle rispettive Amministrazioni competenti: cioè per via telematica, presso il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), in maniera completa, con l’ausilio dell’apposito linkpresso il Ministero della Salute con l’ausilio di apposito link (non adeguato); e presso il Ministero dell’Ambiente che non reca alcuna evidenza utile per lo scopo.

Le date da ricordare per gli enti di volontariato e le associazioni sportive dilettantistiche sono:

  • 22 marzo 2013: Apertura della procedura di iscrizione
  • 7 maggio 2013: Termine per l’iscrizione telematica all’Agenzia delle Entrate.
  • 20 maggio 2013: Termine per la presentazione delle istanze all’Agenzia delle entrate per la correzione di errori di iscrizione negli elenchi degli enti del volontariato e delle associazioni sportive dilettantistiche.
  • 1° luglio 2013: Termine per l’invio delle dichiarazioni sostitutive all’Agenzia delle entrate da parte degli enti del volontariato.
  • 30 settembre 2013: Termine per la regolarizzazione della domanda di iscrizione e/o delle successive integrazioni documentali.

Dopo la formazione degli elenchi, l’Agenzia delle Entrate procederà, entro il 14 maggio, a pubblicarli sul proprio sito internet, distinti per tipologia: (i) enti del volontariato; (ii) enti della ricerca scientifica e dell’università; (iii) enti della ricerca sanitaria; e (iv) associazioni sportive dilettantistiche

Entro il 27 maggio avverrà la ripubblicazione degli elenchi depurati dagli errori segnalati alla Agenzia delle Entrate entro il 20 maggio dagli enti del volontariato e dalle associazioni sportive dilettantistiche.

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Lo stato dell’arte sui rimedi cautelari in tema di privacy e Centrale Rischi.

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Si vuole dare notizia dell’interessante ordinanza del 18 marzo 2013 del Tribunale di Verona, che – alla luce delle novità normative ex D.Lgs. 1 settembre 2011 n. 150, recante disposizioni complementari al codice di procedura civile sulla riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione – affronta il tema della azionabilità del rimedio cautelare ai sensi dell’art. 700 c.p.c. per la cancellazione dell’illegittima segnalazione a sofferenza alla centrale rischi.

Il provvedimento in questione si pone nel filone tematico dei difficili rapporti tra la gestione del credito da parte delle banche e la tutela della privacy relativamente all’attività di segnalazione presso la Centrale Rischi (CR), gestita dalla Banca d’Italia nell’ambito del sistema informativo sull’indebitamento della clientela verso le banche e gli altri intermediari finanziari.

Il funzionamento della Centrali Rischi,[1] come è ormai chiaro, non può più prescindere dalla conformità alla normativa in materia di tutela dei dati personali, atteso che la tutela della privacy ha assunto una progressiva importanza; e numerose sono state in questi ultimi anni le pronunce sia del Garante della protezione dei dati personali, sia della giurisprudenza di merito sulla compressione della privacy attraverso l’esercizio della segnalazione in Centrale Rischi.

Ma la valenza del precedente del Tribunale di Verona risiede però nell’esame che il giudice ha fatto della complessa tematica, dal punto di vista processuale.

Infatti, il Giudice veronese era chiamato ad esaminare, inter alia, l’eccezione pregiudiziale circa l’ammissibilità del ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c., stante la sussistenza del rimedio tipico per la segnalazioni in CR (ritenute) illegittime e lesive costituito dal provvedimento di sospensione, introdotto dal combinato disposto degli artt. 5 e 10 del predetto D.Lgs. n. 150/2011 che ha esteso il rito del lavoro a tutte le controversie inerenti le disposizioni del codice della privacy (ex D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196), comprese quelle inerenti ai provvedimenti del Garante in materia di protezione dei dati personali o alla loro mancata adozione.

Nel ritenere tale eccezione infondata, il Tribunale di Verona ha stabilito che, per una domanda cautelare proposta in corso di causa (cioè proposta incidentalmente all’interno di un giudizio ordinario di merito già avviato), siano inapplicabili il codice della privacy e, in particolare, il rimedio cautelare previsto dagli artt. 5 e 10, comma 4, del menzionato D.Lgs. n. 150/2011.

A conforto di ciò, il Giudice ha svolto interessanti considerazioni tanto di tipo processuale, quanto di tipo sostanziale.

Dal punto di vista processuale, secondo il Tribunale di Verona la parte che ha sollevato l’eccezione non avrebbe tenuto conto del fatto che la domanda cautelare è strumentale rispetto alla corrispondente domanda di merito, connessa con quelle di accertamento che, nella specie, erano già pendenti; con la conseguenza che, ai sensi dell’art. 40, comma 3, c.p.c., doveva e deve prevalere il rito ordinario per incompatibilità della disciplina dell’art. 10 D.Lgs. 150/2011.

Mente, dal punto di vista sostanziale, il giudice ha ritenuto che, nel caso di domanda cautelare diretta ad ottenere la cancellazione della segnalazione a sofferenza presso la Centrale Rischi, difetti il presupposto per l’applicazione dell’art. 10, comma 4 del D.Lgs n. 150/2011, ossia l’esistenza di un provvedimento, inteso come atto di una autorità amministrativa, da rendere inefficace.

Secondo il Tribunale di Verona, la segnalazione, infatti, sarebbe una attività informativa, o meglio di mera trasmissione dati, posta in essere direttamente da un soggetto privato, ossia l’istituto di credito, in conformità a quanto previsto dalla circolare sulla Centrale Rischi della Banca d’Italia n.139 dell’11 febbraio 1991, nell’ultimo aggiornamento (29 aprile 2011).

In tale ipotesi, difettando un rimedio cautelare tipico, è ammissibile il ricorso al provvedimento ex art. 700 c.p.c., in quanto chi agisce per ottenere la sospensione o la cancellazione del proprio nominativo dalla centrale rischi si duole non già delle modalità con cui i dati relativi all’insolvenza siano stati raccolti, trasmessi o gestiti, ma semplicemente dell’assenza dei presupposti di fatto che legittimano la segnalazione alla CR.

Sicché, la relativa controversia non è riconducibile a quelle riguardanti l’applicazione della disciplina sul codice della privacy ma piuttosto a quelle da comune responsabilità da fatto illecito extracontrattuale, ai sensi dell’art. 2043 c.c..


[1] La banca dati della Centrale Rischi  è strutturata su due principali flussi informativi: le comunicazioni di dati fatte dagli intermediari alla Banca d’Italia, ossia le segnalazioni, e le comunicazioni di dati che la Banca d’Italia invia agli intermediari attraverso i flussi di ritorno ed il servizio di prima informazione.
In ordine alle segnalazioni che gli intermediari inviano alla Banca d’Italia, ove ricorrano i casi individuati nelle Istruzioni del predetto organo di vigilanza, occorre in primo luogo chiarire che si tratta di dati personali che l’istituto creditizio detiene in base ad un rapporto contrattuale già in essere o appena concluso con il cliente. In questi casi, dunque, è operante l’esimente del consenso prevista dall’art. 24 lett. b) del D.lgs. n. 196/2003 (per brevità TUP, o testo unico privacy), per cui il consenso dell’interessato non è richiesto quando il trattamento dei dati è necessario per eseguire obblighi derivanti da un contratto del quale è parte l’interessato. Le informazioni raccolte dall’istituto creditizio possono certamente dirsi funzionali all’adempimento degli obblighi contrattuali derivanti dalla concessione di un affidamento al cliente. In questi casi, però, non è possibile prescindere dall’obbligo di informativa di cui all’art. 13, che deve essere adempiuto tanto laddove il regime di circolazione dei dati sia vincolato al principio del consenso, quanto laddove esso sia libero.
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I diritti aeroportuali ed il crack di Volare Group, qualche anno dopo.

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A fine marzo scorso si è concluso un giudizio avanti al Tribunale di Bari a cui abbiamo preso parte quali co-difensori di una (tra le tante) società di diritto straniero che nel 2005 risultava proprietaria di parte degli aeromobili della flotta del noto Gruppo Volare poco prima della dichiarazione di default e del suo ingresso in amministrazione straordinaria.

Di talchè oggi si propone la relativa pronuncia, allo scopo di “condividere” (ndr: comunicare) un breve excursus su uno degli aspetti più interessanti di quella controversia: la natura dei diritti aeroportuali, in forza della quale era stata elaborata l’eccezione del difetto di giurisdizione ordinaria poi bocciata dal giudice pugliese.

Inizialmente si trattava della gestione d’urgenza, per conto della proprietà degli aeromobili dati in leasing a Volare, dell’indebitamento che il vettore aereo aveva maturato con i principali gestori aeroportuali italiani per il mancato pagamento dei diritti aeroportuali (disciplinati in quel momento dalla L. 5 maggio 1976, n. 324, rubricata Nuove norme in materia di diritti per l’uso degli aeroporti aperti al traffico aereo civile), che aveva indotto le società concessionarie al “blocco a terra” e conseguente sequestro conservativo degli aeromobili presenti sui loro “sedimi” (e, purtroppo, in alcuni casi, ancora in esercizio e in pieno servizio ai passeggeri). In seguito, cioè nella fase di merito successiva ai sequestri degli aerei, vi sono state le diverse cause – tra cui quella avanti al Tribunale di Bari -, via via definite sia per l’accertamento dei debiti relativi ai mancati incassi dei diritti aeroportuali (comunque corrisposti dai passeggeri sul prezzo dei biglietti), sia per la condanna della proprietà dei velivoli ai relativi pagamenti in quanto solidamente responsabile ex lege con l’esercente degli stessi, ai sensi della legge sopra citata (art. 6).

Tralasciato l’esame della vexata quaestio dei diritti aeroportuali (ora, peraltro, interessati da una profonda riforma a seguito del recepimento della nuova direttiva 2009/12/CE, con gli artt. da 71 a 82 del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, che prevedono l’applicazione della nuova normativa a tutti gli aeroporti nazionali, senza distinzioni in relazione al volume di traffico, a decorrere dalla scadenza dei contratti di programma stipulati anteriormente al gennaio 2012), giova sottolineare che l’eccezione di giurisdizione tributaria, all’epoca dell’avvio del giudizio al Tribunale di Bari, si basava tanto sulla natura di tassa dei diritti aeroportuali derivante dalla normativa di riferimento, quanto sull’estensione – che vi era stata – della giurisdizione delle commissioni tributarie a seguito della L. 28 dicembre 2001, n. 448.

Tale impostazione aveva anche trovato conforto in una pronuncia della Corte di Cassazione che – con l’ordinanza a sezioni unite n. 22245 resa il 17 ottobre del 2006 a definizione di apposito regolamento di giurisdizione – aveva perentoriamente smontato le tesi della società concessionaria, affermando la natura tributaria dei diritti aeroportuali e l’appartenenza delle relative controversie – a decorrere dal 1° gennaio 2002 – alla giurisdizione tributaria. E l’argomento venne quindi opportunamente coltivato avanti al Tribunale di Bari che, invece, con la sentenza in commento, ha ritenuto sussistente la giurisdizione del giudice ordinario con motivazioni (per noi) assai lacunose e non del tutto esenti da censure.

Questa evidente incoerenza del Tribunale di Bari rispetto al decisum della Cassazione si inquadra nel contesto che vi era all’epoca, e che rendeva la questione giurisdizionale sui diritti aeroportuali particolarmente importante in quanto direttamente incidente sugli interessi economici di quasi tutti gli scali italiani che allora erano esposti per somme considerevoli con Volare e tentavano, poco prima del crack del vettore aereo, di consolidare dei titoli esecutivi per il recupero coattivo dei loro crediti.

L’importanza della questione venne “raccolta” dal legislatore che si determinò quindi (nel corso dei diversi giudizi di cui si è detto) ad una “autonoma” iniziativa diametralmente contraria a quanto aveva stabilito la Cassazione, adottando nel 2007, in un collegato alla finanziaria del 2008, una norma ad hoc .(art. 39 bis D.L. 1° ottobre 2007, n. 159), con la quale venne stabilito che le disposizioni in tema di tassa di imbarco e corrispettivi per i servizi di sicurezza aeroportuali “si interpretano nel senso che delle stesse non sorgono obbligazioni di natura tributaria”.

Sulla base di tale norma “interpretativa” (sopravvenuta durante il corso del giudizio avanti al Tribunale di Bari), e sulla scorta di una ritenuta retroattività della medesima, il giudice pugliese ha dunque privilegiato la lettura dei diritti aeroportuali quali compensi di natura puramente contrattuale e privatistica, rigettando l’ipotesi della loro natura tributaria e confermando la responsabilità patrimoniale (solidale ex lege) del proprietario degli aerei, nonostante la terzietà rispetto anche ai contratti di servizio che all’epoca vi erano tra i gestori aeroportuali e Volare Group.

Depurata tuttavia la questione dalle influenze del contesto storico in cui è sorta la vicenda, appare comunque chiaro che la materia dei diritti aeroportuali è ancora ben lontana da un assetto definitivo (anche alla luce della recente riforma), e sono quindi prevedibili, oltre che auspicabili, ulteriori sviluppi.

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