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What is Licensed Propety? by Richard Hsu

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Richard Hsu, a technology transactions and intellectual property partner in the Mergers & Acquisitions Group at Shearman & Sterling, discusses the more subtle aspects of licensing.

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L’Arbitro Bancario, una best practice italiana

abf_imgLa Banca d’Italia ha pubblicato lo scorso 19 luglio la relazione sull’attività svolta nel 2012 dall’Arbitro Bancario e Finanziario (ABF); il sistema di risoluzione delle dispute istituito nel 2009, per offrire a risparmiatori e clienti di banche ed intermediari finanziari uno strumento agevole e alternativo alla giustizia ordinaria, che venne costituito dopo una modifica del Testo Unico Bancario (in particolare il Titolo VI) a seguito di una Raccomandazione del 30 marzo 2008 della Commissione Europea, riguardante i principi applicabili agli organi responsabili per la risoluzione stragiudiziale delle controversie in materia di consumo.

Dai dati pubblicati emerge come lo strumento in esame, dopo i primi anni di incertezza, sia ora sempre più utilizzato. Questo risultato, unitamente all’elevato livello di semplicità nella gestione, fanno dell’ABF una sorta di best practice italiana.

Nel 2012 vi è stato un rapido incremento del numero dei ricorsi del 58% rispetto al precedente anno rispetto al 2011. La quota dominante dei ricorsi presentati nel 2012 all’ABF appartiene ai consumatori (84%), dato che sostanzialmente conferma la tendenza del 2011. I motivi più frequenti di ricorso riguardano in particolare le controversie su carte di credito, bancomat e altre carte di pagamento, nonché i rapporti di conto corrente. In netto aumento rispetto al 2011 sono i ricorsi in materia di carte di pagamento e di finanziamenti verso cessione del quinto dello stipendio o della pensione (CQS). E’ invece dimezzata l’incidenza dei ricorsi in materia di sistemi privati di informazione creditizia (SIC) e di credito ai consumatori.

Dei 4.303 ricorsi giunti a decisione presso l’ABF, il 65% (percentuale in aumento rispetto al precedente anno) ha avuto, in tutto o in parte, un esito favorevole per il cliente (45%) o si è concluso con esito soddisfacente per effetto dell’intervenuta cessazione della materia del contendere. Nel 35% dei casi, invece, i Collegi hanno respinto i ricorsi.

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Marketing sociale e su mobile: le nuove regole antispam del Garante Privacy

keep-calm-and-block-spam-1Il fenomeno della pubblicità “interattiva” è sempre più pervasivo e cresce di pari passo – verrebbe da dire, in maniera direttamente proporzionale -, con la diffusione della Rete come mezzo di comunicazione di massa e con il progresso tecnologico. Forse per questa ragione, tale fenomeno viene subito, quasi passivamente, come un naturale effetto collaterale dello sviluppo che sta compiendo la Società dell’Informazione.

Ma non è così, e l’authority deputata al controllo del rispetto della privacy nel nostro ordinamento, qualche giorno fa, con due interventi in rapida successione, ha posto dei “paletti” importanti al marketing on-line o via telefono, bandendo gli utilizzi selvaggi che spesso ne fanno le aziende per promuovere i loro beni o servizi.

In particolare, il Garante per la protezione dei dati personali ha pubblicato in data 4.7.2013 le “Linee guida in materia di attività promozionale e contrasto allo spam”, con l’obiettivo di combattere lo spam e favorire campagne promozionali non lesive della privacy dei consumatori; alle quali, difatti, è associato il successivo intervento del 23.7.2013, “No allo spam, sì a offerte commerciali “amiche” dei consumatori”, con cui il Garante da notizia dell’adozione del menzionato provvedimento di carattere generale (ancora in corso di pubblicazione in G.U.), e sottolinea una serie di accorgimenti da osservare da parte delle imprese che vogliono promuoversi su Internet o per via telefonica, evitando le offerte commerciali indesiderate.

Il provvedimento generale definisce un quadro unitario di misure utili sia alle imprese che vogliono avviare campagne pubblicitarie, sia a quanti desiderano difendersi dall’invadenza di chi utilizza senza il loro consenso recapiti e informazioni personali per tempestarli di pubblicità; tenuto conto, soprattutto, delle nuove frontiere dello spamming – come quello diffuso sui social network (il c.d. “social spam”) o tramite alcune pratiche di “marketing virale” o “marketing mirato” – che possono comportare modalità gravemente insidiose ed invasive della sfera personale degli interessati.

Queste in sintesi le principali regole contenute nelle Linee guida.

Offerte commerciali e spam

  • Invio di offerte commerciali solo con il consenso preventivo. Per poter inviare comunicazioni promozionali e materiale pubblicitario tramite sistemi automatizzati (telefonate preregistrate, e-mail, fax, SMS, o MMS) è necessario aver prima acquisito il consenso dei destinatari (regola del, c.d. detto “opt-in”). Tale consenso deve essere specifico, libero, informato e documentato per iscritto.
  • Maggiori controlli su chi realizza campagne di marketing. Chi commissiona campagne promozionali deve esercitare adeguati controlli per evitare che agenti, subagenti o altri soggetti a cui ha demandato i contatti con i potenziali clienti effettuino spam.
  • Consenso per l’uso dei dati presenti su Internet e social network. E’ necessario lo specifico consenso del destinatario per inviare messaggi promozionali agli utenti di Facebook, Twitter e altri social network (ad esempio pubblicandoli sulla loro bacheca virtuale), o di altri servizi di messaggistica e Voip sempre più diffusi, come Skype, WhatsApp, Viber, Messanger, etc. Il fatto che i dati siano accessibili in Rete, secondo il Garante, non significa che possano essere liberamente usati per inviare comunicazioni promozionali automatizzate o per altre attività di marketing “virale” o “mirato”.

A tali regole, fa eccezione il c.d. “passaparola” che può avvenire senza consenso, solo allorquando vengono inviate email o SMS con offerte promozionali ad amici, a titolo strettamente personale.

Inoltre, le aziende in regola hanno il diritto di beneficiare di alcune semplificazioni, e deroghe vere e proprie. In particolare, queste ultime:

  • possono inviare messaggi promozionali, tramite e-mail, ai propri clienti su beni o servizi analoghi a quelli già acquistati (cosiddetto “soft spam“);
  • possono inviare offerte commerciali ai propri follower tramite i “canali sociali” quando dalla loro iscrizione alla pagina aziendale si evinca chiaramente l’interesse o il consenso a ricevere messaggi pubblicitari concernenti il marchio, il prodotto o il servizio offerto;
  • possono beneficiare, inoltre, di un unico consenso per tutte le attività di marketing (come l’invio di materiale pubblicitario o lo svolgimento di ricerche di mercato), ed il consenso prestato per l’invio di comunicazioni commerciali tramite modalità automatizzate (come e-mail o SMS) copre anche quelle effettuate tramite posta cartacea o con telefonate tramite operatore. Le aziende che intendono raccogliere i dati personali degli utenti per comunicarli o cederli ad altri soggetti a fini promozionali, possono acquisire un unico consenso valido per tutti i soggetti terzi indicati nell’apposita informativa fornita all’interessato.

Il provvedimento prevede anche un sistema di enforcement e sanzioni, quali le:

  • Tutele per i singoli utenti. Le persone che ricevono spam possono presentare segnalazioni, reclami o ricorsi al Garante e comunque esercitare tutti i diritti previsti dal Codice privacy, inclusa la richiesta di sanzioni contro chi invia messaggi indesiderati (nei casi più gravi possono arrivare fino a circa 500.000 Euro).
  • Tutele per le società. Le “persone giuridiche”, pur non potendo più chiedere l’intervento formale del Garante per la privacy, hanno facoltà comunque di comunicare eventuali violazioni, fatto salvo il diritto di azione civile e penale contro gli spammer.

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Continua l’ascesa del Bitcoin: verso la creazione di un EFT in moneta virtuale?

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[aggiornamento news dell’articolo dell’Avv. Giulia Arangüena, apparso su key4biz in data 8.7.2013]

Il sistema monetario è attraversato da una profonda crisi, ed ha visto nel 2009 l’ingresso e la diffusione di una nuova realtà monetaria: il Bitcoin, la valuta elettronica nata nel 2009 per opera di Satoshi Nakamoto, pseudonimo dell’anonimo creatore, la cui identità è ad oggi ancora sconosciuta.

I Bitcoin sono una delle prime realizzazioni della cosiddetta cripto-valuta (descritta per la prima volta nel 1998 da Wei Dai nella mailing list cypherpunks ) e consistono in file criptati, creati anonimamente da qualsiasi computer connesso alla Rete su cui giri un apposito software che consente di “battere moneta”. La moneta virtuale viene conservata nei c.d. portafogli eletronici, chiamati wallet, anonimi e descritti da una serie di circa 33 lettere e numeri, e viene trasferita da un wallet ad un altro mediante lo scambio peer-to-peer. Ogni trasferimento viene registrato nel codice dei Bitcoin, in modo tale che lo storico di tutte le transazioni identifica chiaramente il suo proprietario. Gli aspetti rivoluzionari operati dai Bitcoin sono molteplici. Innanzitutto, non sono soggetti al controllo delle banche e chiunque può crearli, non esiste un’organizzazione o un’autorità centrale di controllo come per le valute tradizionali e attraverso la memorizzazioni di tutte le transazioni nel database, distribuito tra i nodi della Rete soltanto il legittimo proprietario può spendere i propri Bitcoin. Le transazioni sono pubbliche e consultabili, poichè l’intero track report  delle transazioni viene scaricato da ogni utente prima di usare il programma, riuscendo però a garantire l’anonimato essendo impossibile risalire al nome del titolare se non per sua volontà. 

Questa rivoluzionaria valuta ha attirato verso di sé molta attenzione. 

Nel 2012 è sorta la Fondazione Bitcoin, creata per standardizzare, proteggere e promuovere i Bitcoin mentre, sempre nello stesso anno, la Banca Centrale Europea ha pubblicato, un importante documento di studio che affronta gli aspetti più rilevanti di questo fenomeno dal punto di vista economico e giuridico. In  quella sede, la BCE ha in primo luogo apprezzato la creatività e l’innovazione dei sistemi di pagamento generati dal Bitcoin, come ad esempio i Bitbills, cioè le carte prepagate disponibili in diversi tagli in cui sono memorizzati i Bitcoin e che permettono di acquistare nei negozi tradizionali; ha ripercorso le radici storico-economiche del fenomeno rinvenendole nella c.d  scuola austriaca avviata dall’economista e filosofo Friedrich von Hayek; ha posto a confronto la valuta virtuale con le monete elettroniche con corso legale di cui alle Direttive n.2009/110/CEsulla Moneta Elettronica  e 2007/64/CE sui Servizi di Pagamento (c.d. PSD – Payment Services Directive).

Nel dicembre del 2012, il sistema monetario basato sul Bitcoin è stato registrato come PSP, Payment Services Provider europeo, secondo quanto previsto dalla Direttiva PSD n. 2007/64/CE, grazie alla Bitcoin Central, una specie di banca per il cambio dei Bitcoin in altre monete, che è riuscita ad ottenere in Francia un ID bancario per poter trasferire denaro e Bitcoin nel circuito creditizio ed addebitare somme a carico degli utenti, facendo in tal modo diventare il Bitcoin una moneta riconosciuta, anche se ancora priva di corso legale.

Addirittura, il 14 giugno scorso, presso il quartier generale della World Bank in Washington DC, si è tenuto, nell’ambito del Global Forum Law, Justice and Development, un importante convegno sulla moneta virtuale cui ha partecipato anche la Federal Reserve.

Ed è di pochi giorni fa la notizia, apparsa sul Financial Time il 2.7.2013, sull’iniziativa dei famosi gemelli Winklevoss (diventati famosi con il film the Social Network, ai quali, pare, Mark Zuckemberg abbia rubato l’idea di Facebook). Questi ultimi, quali maggiori detentori di fondi in Bitcoin nel mondo, pare abbiamo presentato a Bloomberg una proposta shock: l’autorizzazione alla creazione di un EFT in valuta virtuale (c.d. exchange traded fund, ossia un fondo negoziato come se fosse una semplice azione), per rendere meno volatile il prezzo sottostante il procedimento di monetazione necessario all’”estrazione” del Bitcoin, e tracciarne il controvalore di cambio secondo lo stesso metodo con il quale lo SPDR Gold Trust (GLD) registra le quotazioni dell’oro. 

La proposta è stata accolta con scetticismo dagli esperti del settore e vedremo i successivi sviluppi, ma è un fatto, ormai, che la comunità che negli anni si è aggregata intorno al Bitcoin stia tutta “spingendo” per far fare alla moneta virtuale la “carriera” di new sgold standard, e che intorno alla moneta virtuale l’interesse stia crescendo di giorno in giornoe sempre di più sono  coloro che accettano Bitocoin come denaro per comprare beni concreti e possono essere venduti in cambio di denaro corrente, come euro o dollari.

La nuova moneta si conferma, quindi, come il fenomeno del momento della Rete con cui già alcune istituzioni finanziarie tradizionale stanno facendo i conti (come ha fatto la BCE), tenendo ben presente che, proprio in virtù grazie all’utilizzo dell’Internet, il Bitcoin racchiude in sé un potenziale universale difficilmente trascurabile. 

(a cura di Giulia Aranguena ed Elisa Montemari)

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Rapporto OCSE sulla Giustizia Civile

GIUSTIZIA

E’ stato presentato al Senato, in data 21.6.2013, con il patrocinio della Banca d’Italia, il Rapporto OCSE sulla giustizia civile, uno studio comparato sullo stato del sistema giudiziario che, purtroppo, vede ancora una volta l’Italia è maglia nera tra i Paesi dell’Ocse per la durata del processo civile.

Nel nostro paese, nel 2010, si sono impiegati 564 giorni per il primo grado di giudizio, contro una media di 240 giorni e i 107 giorni del Giappone, che ha invece la giustizia civile più veloce del mondo.

Il Rapporto, tra i gli strumenti utilizzabili per un miglioramento, tra le altre cose, rileva che “la performance del sistema giudiziario è migliore nei paesi che effettuano maggiori investimenti in informatizzazione“.

Di seguito, il testo del Rapporto completo.

Ancora bocciature dall’UE sulla gestione dei rifiuti di Napoli

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L’Italia non ha diritto ai contributi  FESR (Fondo europeo di sviluppo regionale), ed i rimborsi richiesti per la gestione dei rifiuti in Campania non possono essere erogati.

Questo è quanto ha deciso il Tribunale dell’Unione Europea che, con la sentenza 19 aprile 2013 T-99/09 T-308/09, ha confermato la decisione della Commissione Europea che, nel 2008, aveva bloccato preventivamente – in pendenza del procedimento di infrazione in corso – i versamenti dei contributi dovuti per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti in Campania.

Con la sentenza in questione (appellabile alla Corte di Giustizia entro due mesi dalla notifica), la giustizia della UE (di primo grado) respinge lo sblocco dei fondi europei (FESR) che erano destinati al finanziamento del piano operativo Campania (PO Campania), riguardante lo smaltimento rifiuti dal 1999 fino al 31.12.2008 e molte operazioni connesse alla costituzione del nuovo sistema regionale (i.e.: realizzazione di impianti di compostaggio, di discariche per lo smaltimento del rifiuto residuale, e dell’attivazione di Ambiti Territoriali Ottimali – c.d. ATO di cui al Codice dell’Ambiente, e dei relativi piani di gestione e di trattamento dei rifiuti, importantissimo strumento di sostegno ai Comuni per la gestione del sistema di raccolta differenziata, ed alle imprese per l’adeguamento degli impianti di recupero della materia derivata e per l’attività di coordinamento, logistica e supporto alle imprese di raccolta e recupero di rifiuti provenienti da particolari categorie produttive).

Tale pronuncia costituisce l’ultimo tassello (per adesso) della esecrabile vicenda fatta oggetto della procedura di infrazione avviata nel 2007 dalla Commissione Europea contro l’Italia per le numerose violazioni della direttiva sui rifiuti (Direttiva n. 2006/12/CE), poi terminata con la constatazione dell’inadempimento e la condanna della Repubblica italiana, da parte della Corte di Giustizia nel 2010 (sentenza della Corte 4.3.2010 in C-297/08), per non aver garantito che, in Campania, i rifiuti fossero smaltiti senza pericolo per la salute e senza pregiudizio per l’ambiente.

Durante la pendenza di detta procedura sanzionatoria, la Commissione, nel 2008, a margine, aveva esplicitamente avvertito le autorità italiane circa le contromisure sul finanziamento del PO Campania che intendeva prendere a causa dell’avvio del  procedimento d’infrazione, stabilendo di rifiutare provvisoriamente e preventivamente tutte le domande di rimborso delle spese del sistema regionale di gestione e smaltimento dei rifiuti della Campania che fossero pervenute dopo l’inadempimento dell’Italia alle norme europee sui rifiuti (dalla data cioè della entrata in vigore della predetta direttiva sui rifiuti: 17 maggio 2006), in applicazione dell’art. 32, paragrafo 3, 1° comma, del Regolamento n. 1260/99, recante norme generali sui fondi strutturali (che stabilisce, appunto, che i pagamenti sono subordinati alla assenza della decisione di avviare un procedimento di infrazione, da parte della Commissione Europea).

Con due ricorsi l’Italia ha contestato le decisioni della Commissione e chiesto al Tribunale di annullare il rifiuto dello sblocco dei fondi strutturali, sostenendo che, per giustificare tale rifiuto, l’oggetto specifico del procedimento di infrazione avrebbe dovuto coincidere perfettamente con le «operazioni» oggetto della domanda di pagamento dei finanziamenti. Tuttavia, nella sentenza emessa dal Tribunale di prima istanza, il giudice europeo, rigettando le (fragili) tesi difensive della Repubblica Italiana, ha stabilito che per rifiutare pagamenti intermedi del FESR, è sufficiente che la Commissione dimostri, come nel caso concreto, che l’oggetto di un procedimento d’infrazione in corso sia direttamente collegato alla «misura» cui si riferiscono le operazioni oggetto del finanziamento.

Con la decisione in commento, dunque, si conclude (almeno per ora) la vergognosa vicenda nazionale della gestione dei rifiuti in Campania, e viene legittimato l’operato della Commissione, la quale – non sbloccando i rimborsi destinati al cofinanziamento delle azioni della Regione Campania volte a migliorare e a promuovere il sistema di raccolta e di smaltimento dei rifiuti – rifiuta alle casse nazionali le risorse finanziarie di copertura delle azioni intraprese per mettere in piedi il sistema campano e che, fino ad ora, ha dato luogo ad esborsi pari ad € 93.268.731,59, il cui 50% – vale a dire € 46.634.365,80 – doveva essere cofinanziato dai Fondi strutturali!

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Corte di Giustizia, clausole abusive nei contratti di fornitura di gas

gas_euroCon un’importante sentenza interpretativa del 21 marzo 2013, la Corte di Giustizia dell’EU si è espressa in materia di clausole contrattuali abusive, dopo che un’associazione di consumatori tedesca aveva chiesto alla azienda nazionale di fornitura di gas naturale di rimborsare i clienti per alcuni aumenti unilaterali stabiliti in bolletta.

Con detta sentenza, in particolare, la Corte di Giustizia dell’Unione – chiamata dalla Corte Federale di Giustizia tedesca (Bundesgerichtshof – BGH) sull’interpretazione delle norme dell’Unione sulla tutela dei consumatori contro le clausole contrattuali standardizzate, abusive e/o oscure (direttiva n. 93/13/CEE in data 5.4.1993), nell’ambito della disciplina per il mercato interno del gas contenuta nella direttiva n. 2003/55/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 26.6.2003 -, si è espressa in maniera significativa, non solo sul rinvio pregiudiziale operato dal giudice tedesco, ma entrando anche (parzialmente) nel merito del carattere abusivo di una clausola contenuta nei contratti B2C (o business to consumer).

Quanto alla questione interpretativa di cui al rinvio pregiudiziale, circa la portata dell’esclusione dal controllo giudiziale del carattere abusivo di clausole che si limitano a riprodurre disposizioni legislative e regolamentari nazionali generali,[1] la Curia europea ha stabilito che una clausola vessatoria, contenuta nei contratti con i consumatori, deve essere sempre soggetta al sindacato giurisdizionale allorché le disposizioni che riproducono siano applicabili unicamente ad un’altra tipologia di contratti.

Infatti, l’esclusione del controllo giudiziale del carattere abusivo delle clausole contrattuali che si richiamano pedissequamente alle disposizioni nazionali, circa una determinata categoria di contratti, è giustificata solo dal fatto che si può legittimamente presumere che con tali disposizioni il legislatore nazionale abbia già stabilito un contemperamento tra l’insieme dei diritti e degli obblighi dei contraenti. Ma tale ragionamento, secondo la Corte di Giustizia, non è applicabile alle clausole di un contratto diverso, e l’esclusione del controllo del carattere abusivo di tali ultime clausole (che si richiamano alla normativa applicabile per tipologie contrattuali diverse) comporterebbe una compromissione integrale (e illegittima) della tutela dei consumatori prevista dal diritto dell’Unione.

Inoltre, come anticipato, la Curia di Lussemburgo è entrata anche nel merito del carattere abusivo della clausola, seppur parzialmente.

In proposito, la Corte di Giustizia ha precisato che il legislatore comunitario ha comunque riconosciuto come, nell’ambito di contratti a durata indeterminata, quali i contratti di fornitura di gas, l’impresa di approvvigionamento abbia un interesse leggitimo a modificare i costi del serivizio prestato alla clientela. Tuttavia, una clausola standardizzata che consenta un simile adeguamento di prezzi a carico della clientela deve soddisfare sempre i requisiti di buona fede, equilibrio e trasparenza, posti dal diritto europeo dei consumatori a tutela del contraente economicamente più debole.

In tale quadro, la Corte di Giustizia ha altresì ricordato che non spetta ad essa, bensì al giudice nazionale determinare, caso per caso, che vi sia il rispetto dei predetti requisiti, operando una analisi della calusola vessatoria che dia rilevanza essenziale ai seguenti criteri:

  • il contratto a cui accede la clausola abusiva deve esporre in maniera trasparente il motivo e le modalità di variazione delle condizioni economiche, in modo che il consumatore sia in grado di prevedere, in baase a criteri chiari, le modifiche quantitative delle spese aggiuntive (a tal proposito, la Corte ha precisato che le necessarie informazioni devono essere fornite al consumatore anche prima della conclusione del contratto, oltre che nel corso della sua esecuzione);
  • vi deve essere la previsione della facoltà di recesso riconosciuta al consumatore, in modo reale e concretamente esercitabile.

Peraltro, in considerazione della valutazione caso per caso della natura delle clausole inserite nei contratti di fornitura a favore dei consumatori, la Corte di Giustizia ha statuito che i principi giurisprudenziali di cui sopra debbano avere effetto non solo per tutte le future modifiche tariffarie unilaterali da parte dei fornitori di gas, ma a tutte quelle operate dopo l’entrate in vigore delle diposizioni del diritto dell’unione a tutela dei consumatori, di cui alla ricordata direttiva n. 93/13/CEE.


[1]Nel caso concreto si discuteva di una clausola inserita in contratti speciali di fornitura del gas (conclusi nell’ambito del regime della libera contrattazione), che si limitava a richiamare la normativa nazionale tedesca applicabile ai (diversi) contratti di fornitura del gas con tariffa standard, che consente ai fornitori di variare unilateralmente i prezzi del gas senza indicare il motivo, le condizioni o la portata della modifica, limitandosi a garantire che i consumatori vengano informati della modifica stessa e restino liberi direcedere.

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La Consulta affonda il Made in Lazio dei prodotti agroalimentari della regione.

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Il marchio collettivo regionale di qualità, destinato ai prodotti agricoli e agroalimentari del Lazio, è stato ufficialmente dichiarato incostituzionale venerdì scorso.

Lo ha stabilito la Corte Costituzionale con sentenza del 12 aprile 2013, n. 66.

Con tale pronuncia, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge regionale che aveva istituito il “Made in Lazio” per i prodotti agricoli ed agroalimentari, stante il conflitto con:

  • il diritto dell’Unione Europea, in relazione a quanto disposto, fra l’altro, dagli artt. 34 e 35 del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), che fanno divieto agli Stati membri di porre in essere restrizioni all’importazione e all’esportazione, nonché qualsiasi misura di effetto equivalente; e
  • l’art. 117, primo co., della Costituzione, che richiede, nell’esercizio della potestà legislativa, il rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario.

La normativa della Regione Lazio bocciata allo scrutinio di costituzionalità della Consulta la settimana scorsa (L.R. Lazio 28 marzo 2012, n. 1, recante “Disposizioni per il sostegno dei sistemi di qualità e tracciabilità dei prodotti agricoli e agroalimentari”), invece, avrebbe dovuto assicurare – secondo le intenzioni della Giunta Polverini – la qualità dei prodotti agricoli e agroalimentari ed incentivare la valorizzazione e la promozione della cultura enogastronomica regionale, tenuto conto della forte vocazione agricola ed agroalimentare del Lazio, con un paniere d’eccellenza composto da (circa) 14 prodotti DOP, 9 IGP, 374 prodotti Agroalimentari Tradizionali.

Una legge importante che va nella direzione di garantire qualità e sicurezza dei nostri prodotti, con attenzione a chi produce e a chi compra e consuma”, ebbe ad affermare Renata Polverini in un comunicato stampa di poco precedente l’emanazione della normativa regionale.

Una legge talmente tanto importante che durante l’iter di esame ha visto la presentazione di diversi emendamenti piuttosto criticabili, con i quali, in sede di successiva approvazione, è stato:

  • delineato e previsto un ruolo attivo dell’ARSIAL, Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione nell’Agricoltura nel Lazio (forse per tentare di risollevare i bilanci in rosso), per i controlli sull’uso del marchio e sul rispetto dei relativi disciplinari recanti le previsioni di utilizzo di requisiti di qualità e di identificazione e tracciabilità;
  • attribuito alla stessa Giunta Regionale (sic!) il potere di individuare le tipologie di prodotti da ammettere all’uso del marchio, l’adozione dei rispettivi disciplinari di produzione, i criteri e le modalità di concessione del marchio, i casi di sospensione e, infine, la concessione dei contributi in relazione al marchio regionale.

Una legge che, per la sua importanza strategica, aveva inoltre ricevuto cospicui ed immediati stanziamenti per finanziare i contributi destinati ai comitati promotori ed alle associazioni di produttori responsabili per la registrazione, la supervisione dell’uso delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine e del marchio di qualità.

Accogliendo il ricorso del Governo, però, la Consulta ha cancellato in toto lo sforzo normativo (ed economico) compiuto dalla Regione Lazio per il proprio settore agroalimentare.

A base di detta sonora bacchettata, la Corte Costituzionale ha spiegato che “la legge della Regione Lazio qui impugnata – introducendo un marchio ‘regionale’ di qualità destinato a contrassegnare, sulla base di disciplinari, ed in conformità a criteri, dalla stessa stabiliti, determinati prodotti agricoli ed agroalimentari a fini, anche dichiaratamente, promozionali della agricoltura e cultura gastronomica del Lazio – è innegabilmente idonea a indurre il consumatore a preferire prodotti assistiti da siffatto marchio regionale rispetto ad altri similari, di diversa provenienza, e, conseguentemente, a produrre, quantomeno ‘indirettamente’ o ‘in potenza’, gli effetti restrittivi sulla libera circolazione delle merci, che anche al legislatore regionale è inibito perseguire per vincolo comunitario”.

In sintesi, la misura normativa adottata dalla Regione Lazio, per come è stata formulata, ostacola la libera circolazione delle merci, anche all’interno del mercato nazionale, inducendo i consumatori a preferire i prodotti laziali rispetto a quelli provenienti da altre Regioni

Innanzi a ciò non rilevano, secondo la Corte Costituzionale, né la finalità di tutela del consumatore né il carattere (peraltro solo virtuale) dell’ultra-territorialità del marchio laziale – su cui ha fatto leva la difesa della Regione – poiché, in relazione ad entrambi tali profili, la Regione non indica, e neppure ha, alcuna competenza e potestà. Quanto al primo profilo, infatti, la tutela del consumatore attiene alla materia del diritto civile, riservata alla competenza esclusiva dello Stato (Corte Cost. sentenza n. 191 del 2012), e, quanto al secondo, non spetta alla Regione Lazio di certificare, come pretende, la ‘qualità’ di prodotti sull’intero territorio nazionale e su quello di altri Stati europei.

E ciò perché comunque l’istituzione, da parte di un soggetto pubblico, di un marchio in funzione del perseguimento di una politica di qualità non vale ad esonerarlo dall’applicazione della normativa a tutela degli scambi all’interno del territorio europeo (Corte di Giustizia, 5 novembre 2002, in causa C-325/2000), dal momento che, come ricordato dalla Consulta, la posizione della giurisprudenza della Corte di Lussemburgo ha sempre inteso “la ‘misura di effetto equivalente‘ (alle restrizioni vietate) in senso ampio facendola spesso coincidere con ‘ogni normativa commerciale degli Stati membri che possa ostacolare, direttamente o indirettamente, in atto o in potenza, gli scambi intracomunitari” (Corte di Giustizia 6 marzo 2003, in causa C-6/02).

Senza dare le pagelle ed i voti in diritto a nessuno, perché non ne abbiamo né voglia né titoli, ci si chiede, tuttavia, e la domanda “sorge spontanea”, che fine faranno quei contributi già erogati e quei finanziamenti già stanziati a supporto del Made in Lazio agroalimentare e se, prima o poi, non siano possibili iniziative regionali di supporto del comparto ma in linea con l’ordinamento!

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In arrivo dal Mi.SE € 30,5 ml per la valorizzazione dei brevetti delle PMI

testata7Il Ministero dello Sviluppo Economico (Mi.SE), attraverso la Direzione Generale per la Lotta alla Contraffazione (DGLC) e Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM), che gestiscono il Fondo Nazionale per l’Innovazione – FNI, lo scorso 3.4.2013, ha varato l’avviso pubblico di due bandi per le imprese (PMI) che vogliono tutelare i propri prodotti utilizzando brevetti, disegni e modelli industriali.

I bandi prevedono un finanziamento complessivo di 30,5 milioni di euro a favore di micro, piccole e medie imprese, anche di nuova costituzione (purché costituite da almeno 12 mesi), operanti sul territorio nazionale, che intendano perseguire una strategia di sviluppo attraverso la valorizzazione dei propri titoli di proprietà (brevetti, disegni e modelli). I finanziamenti, a fondo perduto, saranno erogati secondo la procedura a sportello fino ad esaurimento dei fondi. L’obiettivo è quello di qualificare la produzione industriale italiana, rafforzandone la capacità innovativa e la competitività sui mercati nazionale ed internazionale.

La misura di finanziamento si articola in due linee di intervento.

  • Premi per la brevettazione: per incrementare il numero di domande di brevetto nazionale e l’estensione di brevetti nazionali all’estero;
  • Incentivi per la valorizzazione economica dei brevetti: per potenziare la capacità competitiva delle imprese attraverso la valorizzazione economica di un brevetto in termini di redditività, produttività e sviluppo di mercato.

Il primo bando (cioè la prima linea della misura di finanziamento) è rivolto alle aziende che intendono incrementare il numero dei depositi nazionali ed internazionali di brevetti e disegni. Il sostegno economico va dai 1.000 a 1.500 euro per ciascun deposito nazionale e fino a 6.000 euro per l’estero. In quest’ultimo caso saranno presi in considerazione il numero e i Paesi in cui si deposita la richiesta di estensione del proprio titolo di proprietà industriale (particolari bonus sono previsti per determinati (Paesi: Stati Uniti d’America e Cina per il design; Cina, India, USA, Brasile e Russia per i brevetti). Il secondo bando è indirizzato alle imprese che intendono portare sul mercato prodotti nuovi basatisu brevetti e design. In questo caso il contributo copre l’80% delle spese ammissibili fino a un tettomassimo di 70.000 euro per i brevetti ed 80.000 euro per il design.

In entrambi i casi la concessione del finanziamento è subordinata alla realizzazione di un progetto che verrà valutato dagli enti attuatori. Entrambe le misure saranno attuate dal MiSE con il contributo tecnico di Invitalia

L’emblematico epilogo giudiziario del redditometro.

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Per chi si lamenta della lentezza della Giustizia, eccoci all’emblematico epilogo giudiziario del c.d. redditomentro!

Infatti, dopo nemmeno due mesi, il 21 febbraio scorso, il giudice distaccato alla sezione di Pozzuoli del Tribunale di Napoli ha demolito a colpi di diritto il .c.d. redditometro “di seconda generazione”, introdotto per iniziativa dei “tecnici” di governo con il d.m. 24 dicembre 2012. N. 65648, per (sperare di) dare un freno alla dilagante evasione fiscale nazionale.

Il provvedimento, l’ordinanza napoletana del 21 febbraio 2013 n. 250, andrebbe imparata a memoria o, addirittura, “somministrata” agli studenti di legge quale fondamentale lezione di diritto, giacché l’estensore, norme costituzionali e comunitarie alla mano, è salito letteralmente in cattedra per affondare il redditometro puntando il dito sulle sue numerose criticità rispetto ai c.d. diritti fondamentali.

I motivi di questa sonora bocciatura?

In estrema sintesi:

1) Il decreto ministeriale che ha introdotto il nuovo redditometro è non solo illegittimo, ma radicalmente nullo “per carenza di potere e difetto assoluto di attribuzione”, in quanto emanato del tutto al di fuori “della legalità costituzionale e comunitaria”.

2) Il sistema presuntivo ivi delineato priva definitivamente il contribuente “del diritto ad avere una vita privata, di poter gestire autonomamente il proprio denari e le proprie risorse, ad essere libero nelle proprie determinazioni senza dover essere sottoposto all’invadenza del potere esecutivo, senza dover dare spiegazioni dell’utilizzo della propria autonomia, e senza dover subire intrusioni anche su aspetti delicatissimi della vita privata quali quelli relativi alla spesa farmaceutica, al mantenimento ed all’educazione della prole e alla propria vita sessuale”.

3) L’applicazione del “redditometro” determina una vera e propria “soppressione definitiva di ogni privatezza e dignità riguardante, peraltro, non il singolo contribuente ma in realtà tutti i componenti” del suo nucleo familiare.

Sulle ulteriori argomentazioni, è giusto il caso di rinviare ad una salutare lettura integrale del luminoso precedente partenopeo che, per l’appunto, non ha affatto bisogno di troppi commenti, in quanto Giustizia (almeno in questo caso) è stata fatta!

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