L’Arbitro Bancario, una best practice italiana

abf_imgLa Banca d’Italia ha pubblicato lo scorso 19 luglio la relazione sull’attività svolta nel 2012 dall’Arbitro Bancario e Finanziario (ABF); il sistema di risoluzione delle dispute istituito nel 2009, per offrire a risparmiatori e clienti di banche ed intermediari finanziari uno strumento agevole e alternativo alla giustizia ordinaria, che venne costituito dopo una modifica del Testo Unico Bancario (in particolare il Titolo VI) a seguito di una Raccomandazione del 30 marzo 2008 della Commissione Europea, riguardante i principi applicabili agli organi responsabili per la risoluzione stragiudiziale delle controversie in materia di consumo.

Dai dati pubblicati emerge come lo strumento in esame, dopo i primi anni di incertezza, sia ora sempre più utilizzato. Questo risultato, unitamente all’elevato livello di semplicità nella gestione, fanno dell’ABF una sorta di best practice italiana.

Nel 2012 vi è stato un rapido incremento del numero dei ricorsi del 58% rispetto al precedente anno rispetto al 2011. La quota dominante dei ricorsi presentati nel 2012 all’ABF appartiene ai consumatori (84%), dato che sostanzialmente conferma la tendenza del 2011. I motivi più frequenti di ricorso riguardano in particolare le controversie su carte di credito, bancomat e altre carte di pagamento, nonché i rapporti di conto corrente. In netto aumento rispetto al 2011 sono i ricorsi in materia di carte di pagamento e di finanziamenti verso cessione del quinto dello stipendio o della pensione (CQS). E’ invece dimezzata l’incidenza dei ricorsi in materia di sistemi privati di informazione creditizia (SIC) e di credito ai consumatori.

Dei 4.303 ricorsi giunti a decisione presso l’ABF, il 65% (percentuale in aumento rispetto al precedente anno) ha avuto, in tutto o in parte, un esito favorevole per il cliente (45%) o si è concluso con esito soddisfacente per effetto dell’intervenuta cessazione della materia del contendere. Nel 35% dei casi, invece, i Collegi hanno respinto i ricorsi.

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Continua l’ascesa del Bitcoin: verso la creazione di un EFT in moneta virtuale?

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[aggiornamento news dell’articolo dell’Avv. Giulia Arangüena, apparso su key4biz in data 8.7.2013]

Il sistema monetario è attraversato da una profonda crisi, ed ha visto nel 2009 l’ingresso e la diffusione di una nuova realtà monetaria: il Bitcoin, la valuta elettronica nata nel 2009 per opera di Satoshi Nakamoto, pseudonimo dell’anonimo creatore, la cui identità è ad oggi ancora sconosciuta.

I Bitcoin sono una delle prime realizzazioni della cosiddetta cripto-valuta (descritta per la prima volta nel 1998 da Wei Dai nella mailing list cypherpunks ) e consistono in file criptati, creati anonimamente da qualsiasi computer connesso alla Rete su cui giri un apposito software che consente di “battere moneta”. La moneta virtuale viene conservata nei c.d. portafogli eletronici, chiamati wallet, anonimi e descritti da una serie di circa 33 lettere e numeri, e viene trasferita da un wallet ad un altro mediante lo scambio peer-to-peer. Ogni trasferimento viene registrato nel codice dei Bitcoin, in modo tale che lo storico di tutte le transazioni identifica chiaramente il suo proprietario. Gli aspetti rivoluzionari operati dai Bitcoin sono molteplici. Innanzitutto, non sono soggetti al controllo delle banche e chiunque può crearli, non esiste un’organizzazione o un’autorità centrale di controllo come per le valute tradizionali e attraverso la memorizzazioni di tutte le transazioni nel database, distribuito tra i nodi della Rete soltanto il legittimo proprietario può spendere i propri Bitcoin. Le transazioni sono pubbliche e consultabili, poichè l’intero track report  delle transazioni viene scaricato da ogni utente prima di usare il programma, riuscendo però a garantire l’anonimato essendo impossibile risalire al nome del titolare se non per sua volontà. 

Questa rivoluzionaria valuta ha attirato verso di sé molta attenzione. 

Nel 2012 è sorta la Fondazione Bitcoin, creata per standardizzare, proteggere e promuovere i Bitcoin mentre, sempre nello stesso anno, la Banca Centrale Europea ha pubblicato, un importante documento di studio che affronta gli aspetti più rilevanti di questo fenomeno dal punto di vista economico e giuridico. In  quella sede, la BCE ha in primo luogo apprezzato la creatività e l’innovazione dei sistemi di pagamento generati dal Bitcoin, come ad esempio i Bitbills, cioè le carte prepagate disponibili in diversi tagli in cui sono memorizzati i Bitcoin e che permettono di acquistare nei negozi tradizionali; ha ripercorso le radici storico-economiche del fenomeno rinvenendole nella c.d  scuola austriaca avviata dall’economista e filosofo Friedrich von Hayek; ha posto a confronto la valuta virtuale con le monete elettroniche con corso legale di cui alle Direttive n.2009/110/CEsulla Moneta Elettronica  e 2007/64/CE sui Servizi di Pagamento (c.d. PSD – Payment Services Directive).

Nel dicembre del 2012, il sistema monetario basato sul Bitcoin è stato registrato come PSP, Payment Services Provider europeo, secondo quanto previsto dalla Direttiva PSD n. 2007/64/CE, grazie alla Bitcoin Central, una specie di banca per il cambio dei Bitcoin in altre monete, che è riuscita ad ottenere in Francia un ID bancario per poter trasferire denaro e Bitcoin nel circuito creditizio ed addebitare somme a carico degli utenti, facendo in tal modo diventare il Bitcoin una moneta riconosciuta, anche se ancora priva di corso legale.

Addirittura, il 14 giugno scorso, presso il quartier generale della World Bank in Washington DC, si è tenuto, nell’ambito del Global Forum Law, Justice and Development, un importante convegno sulla moneta virtuale cui ha partecipato anche la Federal Reserve.

Ed è di pochi giorni fa la notizia, apparsa sul Financial Time il 2.7.2013, sull’iniziativa dei famosi gemelli Winklevoss (diventati famosi con il film the Social Network, ai quali, pare, Mark Zuckemberg abbia rubato l’idea di Facebook). Questi ultimi, quali maggiori detentori di fondi in Bitcoin nel mondo, pare abbiamo presentato a Bloomberg una proposta shock: l’autorizzazione alla creazione di un EFT in valuta virtuale (c.d. exchange traded fund, ossia un fondo negoziato come se fosse una semplice azione), per rendere meno volatile il prezzo sottostante il procedimento di monetazione necessario all’”estrazione” del Bitcoin, e tracciarne il controvalore di cambio secondo lo stesso metodo con il quale lo SPDR Gold Trust (GLD) registra le quotazioni dell’oro. 

La proposta è stata accolta con scetticismo dagli esperti del settore e vedremo i successivi sviluppi, ma è un fatto, ormai, che la comunità che negli anni si è aggregata intorno al Bitcoin stia tutta “spingendo” per far fare alla moneta virtuale la “carriera” di new sgold standard, e che intorno alla moneta virtuale l’interesse stia crescendo di giorno in giornoe sempre di più sono  coloro che accettano Bitocoin come denaro per comprare beni concreti e possono essere venduti in cambio di denaro corrente, come euro o dollari.

La nuova moneta si conferma, quindi, come il fenomeno del momento della Rete con cui già alcune istituzioni finanziarie tradizionale stanno facendo i conti (come ha fatto la BCE), tenendo ben presente che, proprio in virtù grazie all’utilizzo dell’Internet, il Bitcoin racchiude in sé un potenziale universale difficilmente trascurabile. 

(a cura di Giulia Aranguena ed Elisa Montemari)

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Lo stato dell’arte sui rimedi cautelari in tema di privacy e Centrale Rischi.

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Si vuole dare notizia dell’interessante ordinanza del 18 marzo 2013 del Tribunale di Verona, che – alla luce delle novità normative ex D.Lgs. 1 settembre 2011 n. 150, recante disposizioni complementari al codice di procedura civile sulla riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione – affronta il tema della azionabilità del rimedio cautelare ai sensi dell’art. 700 c.p.c. per la cancellazione dell’illegittima segnalazione a sofferenza alla centrale rischi.

Il provvedimento in questione si pone nel filone tematico dei difficili rapporti tra la gestione del credito da parte delle banche e la tutela della privacy relativamente all’attività di segnalazione presso la Centrale Rischi (CR), gestita dalla Banca d’Italia nell’ambito del sistema informativo sull’indebitamento della clientela verso le banche e gli altri intermediari finanziari.

Il funzionamento della Centrali Rischi,[1] come è ormai chiaro, non può più prescindere dalla conformità alla normativa in materia di tutela dei dati personali, atteso che la tutela della privacy ha assunto una progressiva importanza; e numerose sono state in questi ultimi anni le pronunce sia del Garante della protezione dei dati personali, sia della giurisprudenza di merito sulla compressione della privacy attraverso l’esercizio della segnalazione in Centrale Rischi.

Ma la valenza del precedente del Tribunale di Verona risiede però nell’esame che il giudice ha fatto della complessa tematica, dal punto di vista processuale.

Infatti, il Giudice veronese era chiamato ad esaminare, inter alia, l’eccezione pregiudiziale circa l’ammissibilità del ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c., stante la sussistenza del rimedio tipico per la segnalazioni in CR (ritenute) illegittime e lesive costituito dal provvedimento di sospensione, introdotto dal combinato disposto degli artt. 5 e 10 del predetto D.Lgs. n. 150/2011 che ha esteso il rito del lavoro a tutte le controversie inerenti le disposizioni del codice della privacy (ex D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196), comprese quelle inerenti ai provvedimenti del Garante in materia di protezione dei dati personali o alla loro mancata adozione.

Nel ritenere tale eccezione infondata, il Tribunale di Verona ha stabilito che, per una domanda cautelare proposta in corso di causa (cioè proposta incidentalmente all’interno di un giudizio ordinario di merito già avviato), siano inapplicabili il codice della privacy e, in particolare, il rimedio cautelare previsto dagli artt. 5 e 10, comma 4, del menzionato D.Lgs. n. 150/2011.

A conforto di ciò, il Giudice ha svolto interessanti considerazioni tanto di tipo processuale, quanto di tipo sostanziale.

Dal punto di vista processuale, secondo il Tribunale di Verona la parte che ha sollevato l’eccezione non avrebbe tenuto conto del fatto che la domanda cautelare è strumentale rispetto alla corrispondente domanda di merito, connessa con quelle di accertamento che, nella specie, erano già pendenti; con la conseguenza che, ai sensi dell’art. 40, comma 3, c.p.c., doveva e deve prevalere il rito ordinario per incompatibilità della disciplina dell’art. 10 D.Lgs. 150/2011.

Mente, dal punto di vista sostanziale, il giudice ha ritenuto che, nel caso di domanda cautelare diretta ad ottenere la cancellazione della segnalazione a sofferenza presso la Centrale Rischi, difetti il presupposto per l’applicazione dell’art. 10, comma 4 del D.Lgs n. 150/2011, ossia l’esistenza di un provvedimento, inteso come atto di una autorità amministrativa, da rendere inefficace.

Secondo il Tribunale di Verona, la segnalazione, infatti, sarebbe una attività informativa, o meglio di mera trasmissione dati, posta in essere direttamente da un soggetto privato, ossia l’istituto di credito, in conformità a quanto previsto dalla circolare sulla Centrale Rischi della Banca d’Italia n.139 dell’11 febbraio 1991, nell’ultimo aggiornamento (29 aprile 2011).

In tale ipotesi, difettando un rimedio cautelare tipico, è ammissibile il ricorso al provvedimento ex art. 700 c.p.c., in quanto chi agisce per ottenere la sospensione o la cancellazione del proprio nominativo dalla centrale rischi si duole non già delle modalità con cui i dati relativi all’insolvenza siano stati raccolti, trasmessi o gestiti, ma semplicemente dell’assenza dei presupposti di fatto che legittimano la segnalazione alla CR.

Sicché, la relativa controversia non è riconducibile a quelle riguardanti l’applicazione della disciplina sul codice della privacy ma piuttosto a quelle da comune responsabilità da fatto illecito extracontrattuale, ai sensi dell’art. 2043 c.c..


[1] La banca dati della Centrale Rischi  è strutturata su due principali flussi informativi: le comunicazioni di dati fatte dagli intermediari alla Banca d’Italia, ossia le segnalazioni, e le comunicazioni di dati che la Banca d’Italia invia agli intermediari attraverso i flussi di ritorno ed il servizio di prima informazione.
In ordine alle segnalazioni che gli intermediari inviano alla Banca d’Italia, ove ricorrano i casi individuati nelle Istruzioni del predetto organo di vigilanza, occorre in primo luogo chiarire che si tratta di dati personali che l’istituto creditizio detiene in base ad un rapporto contrattuale già in essere o appena concluso con il cliente. In questi casi, dunque, è operante l’esimente del consenso prevista dall’art. 24 lett. b) del D.lgs. n. 196/2003 (per brevità TUP, o testo unico privacy), per cui il consenso dell’interessato non è richiesto quando il trattamento dei dati è necessario per eseguire obblighi derivanti da un contratto del quale è parte l’interessato. Le informazioni raccolte dall’istituto creditizio possono certamente dirsi funzionali all’adempimento degli obblighi contrattuali derivanti dalla concessione di un affidamento al cliente. In questi casi, però, non è possibile prescindere dall’obbligo di informativa di cui all’art. 13, che deve essere adempiuto tanto laddove il regime di circolazione dei dati sia vincolato al principio del consenso, quanto laddove esso sia libero.
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