Ancora bocciature dall’UE sulla gestione dei rifiuti di Napoli

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L’Italia non ha diritto ai contributi  FESR (Fondo europeo di sviluppo regionale), ed i rimborsi richiesti per la gestione dei rifiuti in Campania non possono essere erogati.

Questo è quanto ha deciso il Tribunale dell’Unione Europea che, con la sentenza 19 aprile 2013 T-99/09 T-308/09, ha confermato la decisione della Commissione Europea che, nel 2008, aveva bloccato preventivamente – in pendenza del procedimento di infrazione in corso – i versamenti dei contributi dovuti per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti in Campania.

Con la sentenza in questione (appellabile alla Corte di Giustizia entro due mesi dalla notifica), la giustizia della UE (di primo grado) respinge lo sblocco dei fondi europei (FESR) che erano destinati al finanziamento del piano operativo Campania (PO Campania), riguardante lo smaltimento rifiuti dal 1999 fino al 31.12.2008 e molte operazioni connesse alla costituzione del nuovo sistema regionale (i.e.: realizzazione di impianti di compostaggio, di discariche per lo smaltimento del rifiuto residuale, e dell’attivazione di Ambiti Territoriali Ottimali – c.d. ATO di cui al Codice dell’Ambiente, e dei relativi piani di gestione e di trattamento dei rifiuti, importantissimo strumento di sostegno ai Comuni per la gestione del sistema di raccolta differenziata, ed alle imprese per l’adeguamento degli impianti di recupero della materia derivata e per l’attività di coordinamento, logistica e supporto alle imprese di raccolta e recupero di rifiuti provenienti da particolari categorie produttive).

Tale pronuncia costituisce l’ultimo tassello (per adesso) della esecrabile vicenda fatta oggetto della procedura di infrazione avviata nel 2007 dalla Commissione Europea contro l’Italia per le numerose violazioni della direttiva sui rifiuti (Direttiva n. 2006/12/CE), poi terminata con la constatazione dell’inadempimento e la condanna della Repubblica italiana, da parte della Corte di Giustizia nel 2010 (sentenza della Corte 4.3.2010 in C-297/08), per non aver garantito che, in Campania, i rifiuti fossero smaltiti senza pericolo per la salute e senza pregiudizio per l’ambiente.

Durante la pendenza di detta procedura sanzionatoria, la Commissione, nel 2008, a margine, aveva esplicitamente avvertito le autorità italiane circa le contromisure sul finanziamento del PO Campania che intendeva prendere a causa dell’avvio del  procedimento d’infrazione, stabilendo di rifiutare provvisoriamente e preventivamente tutte le domande di rimborso delle spese del sistema regionale di gestione e smaltimento dei rifiuti della Campania che fossero pervenute dopo l’inadempimento dell’Italia alle norme europee sui rifiuti (dalla data cioè della entrata in vigore della predetta direttiva sui rifiuti: 17 maggio 2006), in applicazione dell’art. 32, paragrafo 3, 1° comma, del Regolamento n. 1260/99, recante norme generali sui fondi strutturali (che stabilisce, appunto, che i pagamenti sono subordinati alla assenza della decisione di avviare un procedimento di infrazione, da parte della Commissione Europea).

Con due ricorsi l’Italia ha contestato le decisioni della Commissione e chiesto al Tribunale di annullare il rifiuto dello sblocco dei fondi strutturali, sostenendo che, per giustificare tale rifiuto, l’oggetto specifico del procedimento di infrazione avrebbe dovuto coincidere perfettamente con le «operazioni» oggetto della domanda di pagamento dei finanziamenti. Tuttavia, nella sentenza emessa dal Tribunale di prima istanza, il giudice europeo, rigettando le (fragili) tesi difensive della Repubblica Italiana, ha stabilito che per rifiutare pagamenti intermedi del FESR, è sufficiente che la Commissione dimostri, come nel caso concreto, che l’oggetto di un procedimento d’infrazione in corso sia direttamente collegato alla «misura» cui si riferiscono le operazioni oggetto del finanziamento.

Con la decisione in commento, dunque, si conclude (almeno per ora) la vergognosa vicenda nazionale della gestione dei rifiuti in Campania, e viene legittimato l’operato della Commissione, la quale – non sbloccando i rimborsi destinati al cofinanziamento delle azioni della Regione Campania volte a migliorare e a promuovere il sistema di raccolta e di smaltimento dei rifiuti – rifiuta alle casse nazionali le risorse finanziarie di copertura delle azioni intraprese per mettere in piedi il sistema campano e che, fino ad ora, ha dato luogo ad esborsi pari ad € 93.268.731,59, il cui 50% – vale a dire € 46.634.365,80 – doveva essere cofinanziato dai Fondi strutturali!

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Occupazione giovanile e Green Economy: proroga dei bandi per gli incentivi del MinAmbiente e della CDP

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Con un comunicato del Ministero dell’Ambiente del 26.4.103, è stato prorogato, di concerto con il Ministero dello Sviluppo Economico (Mi.SE), il termine per la presentazione delle domande di ammissione alle Misure per lo sviluppo dell’occupazione giovanile nel settore della green economy.

Fino al 15 maggio 2013 si potrà quindi provvedere a presentare richiesta di ammissione ai finanziamenti agevolati di cui alla circolare Ministero dell’Ambiente del 18 gennaio 2013, n. 5505.

Attraverso tale ultimo provvedimento, il Ministero dell’Ambente, di concerto con il Mi.SE e la Cassa Depositi e Prestiti S.p.A., ha istituito un Fondo di circa 400 milioni di Euro, per lo sviluppo dell’occupazione giovanile nel settore della green economy, nel quadro attuativo delle misure di sviluppo adottate ex art. 57 del D.L. n. 83 del 22 giugno 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n.134 recante: “Misure per lo sviluppo dell’occupazione giovanile nel settore della green economy” (in G.U. n.21, serie generale, del 25 gennaio 2013).

Sono coinvolte in questa importante iniziativa le imprese di tutti i settori, di qualsiasi dimensione ed i giovani lavoratori fino a 35 anni.

Delle risorse stanziate, ben 390 milioni di Euro sono finalizzati a progetti di investimento proposti da imprese costituite in qualsiasi forma, incluse S.r.l. semplificate, o loro consorzi, oppure imprese collegate tra loro con il nuovo strumento dei c.d. contratti di rete  (ex Legge 9 aprile 2009, n. 33), nei seguenti settori:

  • protezione del territorio e prevenzione del rischio idrogeologico e sismico;
  • ricerca, produzione e sviluppo di biocarburanti di seconda e terza generazione;
  • ricerca, sviluppo e produzione, mediante bio-raffinerie, di prodotti intermedi chimici da biomasse e scarti vegetali;
  • ricerca, sviluppo, produzione e installazione di tecnologie nel solare termico, a concentrazione, termodinamico, fotovoltaico, biomasse, biogas e geotermia;
  • incremento dell’efficienza negli usi dell’energia per i settori civile, industriale e terziario, compreso social housing;
  • servizi che comportino la riduzione dell’inquinamento e dell’uso delle risorse nell’arco dell’intero ciclo di vita.

L’erogazione dei finanziamenti è subordinato alla condizione che il progetto di investimento preveda per le impese richiedenti assunzioni, a tempo indeterminato, di un numero minimo di 3 lavoratori fino a 35 anni; in caso di PMI, Esco (c.d. Energy Service Company) e S.r.l. semplificate, il numero minimo di occupati scende ad 1.

I programmi di investimento devono prevedere un valore di impiego di risorse economiche minimo di 1 milione di euro. Tale soglia è ridotta a € 500.000 per le PMI ed imprese che fatturino meno di 50 milioni di euro annui, oppure a € 200.000 per le S.r.l. semplificate.

Il finanziamento agevolato, a tasso fisso dello 0,50% annuo rimborsabile in 5 anni può raggiungere i € 600.000 euro, oppure € 370.000 per le PMI ed Esco, oppure € 140.000 per le S.r.l semplificate.

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Corte di Giustizia, clausole abusive nei contratti di fornitura di gas

gas_euroCon un’importante sentenza interpretativa del 21 marzo 2013, la Corte di Giustizia dell’EU si è espressa in materia di clausole contrattuali abusive, dopo che un’associazione di consumatori tedesca aveva chiesto alla azienda nazionale di fornitura di gas naturale di rimborsare i clienti per alcuni aumenti unilaterali stabiliti in bolletta.

Con detta sentenza, in particolare, la Corte di Giustizia dell’Unione – chiamata dalla Corte Federale di Giustizia tedesca (Bundesgerichtshof – BGH) sull’interpretazione delle norme dell’Unione sulla tutela dei consumatori contro le clausole contrattuali standardizzate, abusive e/o oscure (direttiva n. 93/13/CEE in data 5.4.1993), nell’ambito della disciplina per il mercato interno del gas contenuta nella direttiva n. 2003/55/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 26.6.2003 -, si è espressa in maniera significativa, non solo sul rinvio pregiudiziale operato dal giudice tedesco, ma entrando anche (parzialmente) nel merito del carattere abusivo di una clausola contenuta nei contratti B2C (o business to consumer).

Quanto alla questione interpretativa di cui al rinvio pregiudiziale, circa la portata dell’esclusione dal controllo giudiziale del carattere abusivo di clausole che si limitano a riprodurre disposizioni legislative e regolamentari nazionali generali,[1] la Curia europea ha stabilito che una clausola vessatoria, contenuta nei contratti con i consumatori, deve essere sempre soggetta al sindacato giurisdizionale allorché le disposizioni che riproducono siano applicabili unicamente ad un’altra tipologia di contratti.

Infatti, l’esclusione del controllo giudiziale del carattere abusivo delle clausole contrattuali che si richiamano pedissequamente alle disposizioni nazionali, circa una determinata categoria di contratti, è giustificata solo dal fatto che si può legittimamente presumere che con tali disposizioni il legislatore nazionale abbia già stabilito un contemperamento tra l’insieme dei diritti e degli obblighi dei contraenti. Ma tale ragionamento, secondo la Corte di Giustizia, non è applicabile alle clausole di un contratto diverso, e l’esclusione del controllo del carattere abusivo di tali ultime clausole (che si richiamano alla normativa applicabile per tipologie contrattuali diverse) comporterebbe una compromissione integrale (e illegittima) della tutela dei consumatori prevista dal diritto dell’Unione.

Inoltre, come anticipato, la Curia di Lussemburgo è entrata anche nel merito del carattere abusivo della clausola, seppur parzialmente.

In proposito, la Corte di Giustizia ha precisato che il legislatore comunitario ha comunque riconosciuto come, nell’ambito di contratti a durata indeterminata, quali i contratti di fornitura di gas, l’impresa di approvvigionamento abbia un interesse leggitimo a modificare i costi del serivizio prestato alla clientela. Tuttavia, una clausola standardizzata che consenta un simile adeguamento di prezzi a carico della clientela deve soddisfare sempre i requisiti di buona fede, equilibrio e trasparenza, posti dal diritto europeo dei consumatori a tutela del contraente economicamente più debole.

In tale quadro, la Corte di Giustizia ha altresì ricordato che non spetta ad essa, bensì al giudice nazionale determinare, caso per caso, che vi sia il rispetto dei predetti requisiti, operando una analisi della calusola vessatoria che dia rilevanza essenziale ai seguenti criteri:

  • il contratto a cui accede la clausola abusiva deve esporre in maniera trasparente il motivo e le modalità di variazione delle condizioni economiche, in modo che il consumatore sia in grado di prevedere, in baase a criteri chiari, le modifiche quantitative delle spese aggiuntive (a tal proposito, la Corte ha precisato che le necessarie informazioni devono essere fornite al consumatore anche prima della conclusione del contratto, oltre che nel corso della sua esecuzione);
  • vi deve essere la previsione della facoltà di recesso riconosciuta al consumatore, in modo reale e concretamente esercitabile.

Peraltro, in considerazione della valutazione caso per caso della natura delle clausole inserite nei contratti di fornitura a favore dei consumatori, la Corte di Giustizia ha statuito che i principi giurisprudenziali di cui sopra debbano avere effetto non solo per tutte le future modifiche tariffarie unilaterali da parte dei fornitori di gas, ma a tutte quelle operate dopo l’entrate in vigore delle diposizioni del diritto dell’unione a tutela dei consumatori, di cui alla ricordata direttiva n. 93/13/CEE.


[1]Nel caso concreto si discuteva di una clausola inserita in contratti speciali di fornitura del gas (conclusi nell’ambito del regime della libera contrattazione), che si limitava a richiamare la normativa nazionale tedesca applicabile ai (diversi) contratti di fornitura del gas con tariffa standard, che consente ai fornitori di variare unilateralmente i prezzi del gas senza indicare il motivo, le condizioni o la portata della modifica, limitandosi a garantire che i consumatori vengano informati della modifica stessa e restino liberi direcedere.

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