Cartolarizzazione dei film anche a favore delle società di distribuzione: l’opinione dell’Antitrust

filmLa Minerva Pictures Group S.r.l., con un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, qualche tempo fa ha sollevato una questione di grande rilevanza per il settore cinematografico nazionale, che su indicazione del Consiglio di Stato, è stata oggetto di una richiesta di acquisizione a maggio del 2013 di un avviso dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

L’argomento della sollecitazione consultiva dell’Antitrust, nell’ambito del rimedio giurisdizionale in parola, che consente al Consiglio di Stato di indicare, ove necessario, questioni che richiedano interpretazioni autentiche di norme, è una disposizione del D. M. dell’8 febbraio 2013: l’art. 20.

Giova premettere, in via generale, che tale provvedimento ministeriale reca importanti modifiche nelle modalità tecniche per il sostegno alla produzione e distribuzione cinematografica, nonché per l’erogazione dei contributi percentuali sugli incassi realizzati dai film prodotti con i contributi statali, andando ad integrare taluni aspetti delle procedure di cartolarizzazione delle opere cinematografiche, introdotte nel nostro ordinamento, quale strumento di sostegno ed incentivazione alla produzione filmica, a partire dal decreto legislativo n. 28 del 2004.[1]

In particolare – tralasciando le pur interessanti peculiarietà della leva finanziaria di cui alla securitization cinematografica, che consente alle imprese di produrre un progetto filmico (nazionale e di riconosciuto interesse culturale) attraverso contributi statali garantiti dai flussi dei successivi incassi derivanti dalla proiezione e dall’utilizzazione economica dell’opera -, la norma ex D.M. 8 febbraio 2013 (art. 20) portata all’attenzione dell’AGCOM, è quella che attribuisce alle imprese di produzione cinematografica la possibilità di beneficiare della procedura di cartolarizzazione per estinguere i debiti risultanti da finanziamenti deliberati dallo Stato (anche antecedentemente al 31 dicembre 2006). Tale disposizione, inoltre, da la possibilità:

  1. all’impresa di produzione di divenire titolare, con l’estinzione del debito, del 100% dei diritti dominicali e di sfruttamento economico dell’opera; ovvero
  2. di concordare, in caso di mancata restituzione del dovuto, che lo Stato ne diventi pieno titolare.[2]

Detta norma, al comma 4°, aggiunge l’ulteriore facoltà per l’impresa di produzione di ricorrere allo strumento della cartolarizzazione anche per estinguere autonomi finanziamenti, eventualmente ricevuti in aggiunta per sostenerne la successiva attività di distribuzione ed esportazione delle opere filmiche in questione, ma solo a condizione che esse abbiano già ottenuto “a monte” un finanziamento alla produzione.

Il combinato disposto delle norme in parola, riguardanti solo le aziende di produzione, per l’impulso dei rilievi della Minerva Picture che, evidentemente, ha posto la questione nell’ambito del mezzo giurisdizionale attivato, ha richiesto il parere dell’Antitrust per le possibili implicazioni in tema di restrizioni concorrenziali derivanti dall’interpretazione applicativa da parte del MIBAC del decreto ministeriale del febbraio del 2013. La preoccupazione, infatti, riguarderebbe la possibilità che l’accesso allo strumento della cartolarizzazione – riconosciuto dalle disposizioni in commento alle sole imprese di produzione, e non anche delle imprese di distribuzione -, possa essere in qualche modo distorsivo della concorrenza nei confronti di queste ultime, determinando un vantaggio competitivo a favore di quelle imprese verticalmente integrate, attive cioè sia nella produzione che nella distribuzione dei prodotti cinematografici.

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nel parere reso a maggio scorso, valutata comunque la ratio della norma ex art. 20 del DM dell’8 febbraio 2013, volta a realizzare la concentrazione della titolarità dei diritti in capo ad un unico soggetto con conseguente riduzione dei costi, al fine di evitare applicazioni “distorsive” e disparità di trattamento tra le imprese di produzione verticalmente integrate anche sui segmenti della filiera economica della distribuzione e dell’esportazione, da un lato, e le imprese di sola distribuzione dall’altro, ritiene opportuno (e suggerisce) un approccio meno rigido che comprenda cioè la possibilità di utilizzare estensivamente la leva della cartolarizzazione per estinguere sia finanziamenti ottenuti “a monte” (alla produzione), sia quelli ricevuti dalle imprese per la distribuzione dell’opera filmica.

Secondo l’Antitrust, l’approccio interpretativo che dovrebbe seguire il MIBAC deve essere prima di tutto rivolto a verificare l’ambito dei diritti di cui in concreto diviene titolare la società di distribuzione nell’ambito del processo realizzativo di un’opera cinematografica, tenuto conto della possibilità che possa essere anch’essa titolare di diritti di sfruttamento dei film, oltreché beneficiaria dei finanziamenti. Sulla base di ciò, secondo l’opinione dell’AGCM, occorre ampliare l’utilizzabilità dello strumento di securitization anche alle imprese di distribuzione cinematografica qualora, nella realizzazione di un’operazione di cartolarizzazione, la titolarità dei diritti allo sfruttamento economico venga prevista come effettivamente trasmissibile al distributore stesso all’estinzione del finanziamento ottenuto a valere dei contributi statali.

Alla luce di quanto ritenuto dall’Antitrust, pertanto, si può legittimamente ritenere, salvo verifiche sull’applicazione concreta da parte del MIBAC, che – in fase interpretativa – la normativa in esame (art. 20 DM 8 febbraio 2013), nonostante la limitazione del dettato dispositivo, sia riferibile anche alle imprese di distribuzione cinematografica quando queste abbiano acquisito i diritti di sfruttamento economico dell’opera filmica; le quali, pertanto, al pari delle società di produzione, potrebbero beneficiare della procedura di cartolarizzazione prevista dalla legge, ossia della possibilità di estinguere la propria posizione debitoria con riferimento ai finanziamenti pubblici ricevuti, trasferendo la titolarità dei suddetti diritti allo Stato a scopo di garanzia fino all’estinzione del debito e non oltre la durata della protezione legale.

A cura di Emanuele Tentori


[1] Con tale importante provvedimento legislativo vi è stata l’estensione (e l’adattamento) nel campo degli incentivi alla produzione di opere cinematografiche (italiane e di interesse culturale) delle tipiche tecniche finanziarie di c.d. securitization, volte a realizzare un complesso processo finanziario, attraverso il quale attività a c.d. liquidità differita (crediti o altre attività produttivi di flussi di cassa periodici e futuri) vengono convertite in prodotti finanziari rappresentati da titoli, negoziabili, e collocabili sui mercati, attraverso la loro cessione ad un soggetto specializzato.

[2] Peraltro, le modalità con le quali la titolarità dei diritti di sfruttamento economico dell’opera, decorsi cinque anni dall’erogazione del contributo non venga interamente restituito, è attribuita, per conto dello Stato, al MIBAC , ovvero all’impresa di produzione cinematografica interessata, sono stabilite nel decreto ministeriale emesso a norma dell’art. 12 co. 5 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 28

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Servizi premium di telefonia mobile e consumatori: actio finium regundorum tra AGCM e AGCOM

ID-10050969Una inchiesta di Repubblica qualche settimana fa ha messo in luce i dati delle sanzioni irrogate ai fornitori di servizi premium da parte dell’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato). I risultati danno la dimensione del fenomeno dei servizi in questione, conosciuti anche come “servizi in sovrapprezzo” o “a valore aggiunto” (c.d. VAS mobile), forniti attraverso SMS, MMS, oppure attraverso la connessione di dati su reti di telecomunicazione mobile che, per la loro diffusione, fanno ormai parte integrante dell’offerta telefonica (i.e. loghi, wallpaper, suonerie, screensaver, giochi, chat, news, applicazioni, video, ecc.).

Ma, a nostro avviso, quei dati devono essere inquadrati in un contesto più generale al fine di comprendere tanto l’importanza strumentale dei servizi premium a sostegno del traffico telefonico su mobile, quanto, soprattutto, l’attuale criticità dei rapporti tra le autorità amministrative coinvolte nel controllo di detti servizi rispetto ai diritti dei consumatori, cioè AGCM da un lato e AGCOM, dall’altro, e che  poco o nulla giova al contrasto del fenomeno delle pratiche commerciali abusive correlate al loro utilizzo.

I servizi in sovrapprezzo sono disciplinati dal Decreto Ministeriale 2 marzo 2006, n. 145 (emanato dall’allora Ministero delle Comunicazioni, poi accorpato con la finanziaria del 2008 al Ministero dello Sviluppo Economico), che impone tutta una serie di regole sull’aspetto contenutistico e operativo dei servizi premium per la loro corretta diffusione commerciale. Mente il D.Lgs. del 2 agosto del 2007, n. 146 (di attuazione della Direttiva n. 2005/29/CE, relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno), riscrivendo completamente il Titolo III del Codice del Consumo (ex D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 205), ha attribuito all’AGCM la tutela – anche di tipo inibitorio e sanzionatorio – contro eventuali pratiche commerciali scorrette, ingannevoli e aggressive nei confronti dei consumatori (e, in sede di impugnazione, alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, fatta salva la competenza del giudice ordinario in materia di atti di concorrenza sleale, a norma dell’art. 2598 del cod.civ.).

Sulla base di tale impianto normativo, l’AGCM, nel corso degli ultimi cinque anni, ha rilevato, accertato e sanzionato – per importi spesso considerevoli a beneficio delle casse pubbliche – un gran numero di pratiche violative della disciplina consumeristica nell’utilizzo dei servizi in sovrapprezzo all’interno del settore delle telecomunicazioni.[1] Ma, tali iniziative dell’Antitrust, a prescindere dalla contabilità sulle multe irrogate, sono rimaste, nella maggior parte dei casi, lettera morta; ed è sotto gli occhi di tutti l’incremento della scorrettezza commerciale nell’utilizzo dei contenuti premium (che peraltro coinvolge ora   anche il settore dei giochi e delle scommesse illegali o dei concorsi a premio on line).

Una delle ragioni dello scarso successo dell’azione sanzionatoria dell’AGCM contro gli operatori che propongono in modo poco trasparente i servizi mobili in sovrapprezzo è da rinvenirsi, a nostro avviso, nel fatto che ad ogni istruttoria aperta dall’Antitrust sono conseguite, quasi sistematicamente, da parte dell’AGCOM, la negazione del proprio parere (obbligatorio ma non vincolante, ex comma 6 dell’art. 27 del Cod. Cons.), e la formulazione di un nocivo conflitto di competenza tra i due regolatori, dovuto alla circostanza che l’abuso dei contenuti premium avviene nelle reti di comunicazione elettronica affidate, per legge, alle sue prerogative.

Infatti, tale conflitto, ribattezzato significativamente con l’espressione di actio fininum regundorum, se da un lato ha comportato la riaffermazione da parte dell’AGCOM del proprio ruolo istituzionale di unica autorità competente a disciplinare anche gli abusi commerciali nel settore delle telecomunicazioni (tuttavia affidati tout court all’AGCM dal Codice del Consumo senza precisazioni di ambiti settoriali), dall’altro ha prodotto, a danno dei consumatori, uno svilimento delle tutele attraverso il proliferare di impugnazioni avanti al TAR da parte degli operatori telefonici e content provider (ritenuti, quasi sempre, corresponsabili), con effetti molto spesso contraddittori e non sempre di conferma delle sanzioni amministrative irrogate dall’Antitrust, anzi.

A termine di questa accesa conflittualità tra authorities, il Consiglio di Stato ha preso una posizione netta a favore della competenza dell’AGCOM con una importante sentenza del maggio dello scorso anno (che ha annullato la sanzione irrogata per il repricing tariffario comunicato da Telecom ai propri utenti con SMS premium). Ciò ha determinato la fine (formale) del conflitto tra le due autorità amministrative sulle pratiche commerciali abusive nelle reti di comunicazione. Ma può ben osservarsi come la situazione, dal punto di vista delle tutele consumeristiche, non sia cambiata molto né possa, secondo noi, mutare rapidamente anche dopo quel minimo di chiarezza (e certezza del diritto) ristabilita dalla menzionata sentenza, per dipanare la sciagurata sovrapposizione dei due assetti normativi da cui è derivato il contrasto tra AGCM e AGCOM (ci si riferisce, rispettivamente, al citato Codice del Consumo ed al Codice delle Comunicazioni Elettroniche di cui al D.L.gs. n. 259/2003).[2]

Senza affrontare il complesso nodo dei rapporti tra AGCM e AGCOM – che comunque in assenza di un risolutivo e sistematico intervento del legislatore rimane affidato al principio della cooperazione tra le due Autorità (ex art. 8 del Codice delle Comunicazioni Elettroniche), e, quindi, alla effettiva formalizzazione di intese tra loro – giova notare come l’aver ristabilito i confini delle competenze sui servizi premium nel settore delle telecomunicazioni possa non essere sufficiente ad un efficace approccio al problema. E ciò, almeno, finché, a nostro avviso, non si risolve in maniera definitiva il deficit sanzionatorio in capo all’AGCOM che, in termini di capacità di multare finalizzata alla deterrenza, registra ancora delle carenze.

L’ultimo intervento legislativo rilevante è quello dell’art. 23, comma 12 quinquiesdecies, della L. 7 agosto 2012, n. 135, c.d. spending review. Tale norma, fatta salva la possibilità di una diversa competenza rispetto all’Antitrust per le prassi commerciali scorrette, ha comunque potenziato la sola competenza sanzionatoria dell’AGCM ammettendo un incremento di limiti edittali delle multe irrogabili fino a 5 Milioni di Euro senza, tuttavia, alcun intervento sul fragile impianto normativo a sostegno dei poteri sanzionatori dell’AGCOM (rispetto all’Antitrust).[3]

La deminutio che da ciò deriva alla tutela consumeristica in un ambito come quello delle pratiche commerciali scorrette sui servizi in sovrapprezzo è piuttosto evidente. E la situazione, secondo noi, rimarrà tale almeno finché la capacità sanzionatoria dell’AGCOM non verrà delineata in maniera più coerente. Fino a quel momento, la correttezza commerciale sui servizi premium è lasciata alle “dichiarazioni di impegno” rese dai diversi operatori nelle rispettive istruttorie per evitare provvedimenti sanzionatori, ovvero alla autoregolamentazione del settore ancora troppo immatura e poco “condivisa” con i consumatori, così come, invece, richiesto dal legislatore (cfr artt. 27 bis e ss. Cod. Cons.).[4]


[1] Si deve tener presente che l’AGCM, dal 2008 in poi, ha sanzionato diverse pratiche commerciali scorrette relative all’abuso dei contenuti premium, come ad esempio quelle poste in essere da: 1) Telecom Italia S.p.A. e da Wind S.p.A per non aver riconosciuto il credito residuo sulle schede SIM dopo la loro disattivazione (con esercizio del diritto di recesso), supportata da un procedura farraginosa, non assistita da adeguata informativa e veicolata con SMS a pagamento; 2) di Telecom Italia per le attività di c.d. teleselling, ossia di cattura a distanza (mediante call center) di clienti di servizi telefonici; oppure i casi di Mediaset, della Buongiorno S.p.A. e della società David2 e Vodafone, ecc.

[2] Peraltro il problema è assai vasto e non concerne solo le continue interferenze delle due Authorities nella tutela dei consumatori sulle reti di telecomunicazione, riguardando anche il campo della salvaguardia della struttura economica dei mercati di riferimento per la repressione delle pratiche concorrenziali e gli abusi di posizioni dominanti. Inoltre, a causa dell’incoerente panorama normativo sempre più mancante di una visione di insieme, il conflitto non è rilevabile soltanto tra l’AGCM e l’AGCOM, ma coinvolge anche altri regolatori, come, ad esempio, relativamente ai settori dei servizi di investimento e creditizi «a distanza», viste le attribuzioni date alla Banca d’Italia dal D.Lgs. 13 agosto 2010, n. 141, di attuazione della Direttiva n. 2008/48/CE sui contratti di credito ai consumatori, che ha determinato uno stravolgimento completo del TUB – Testo Unico Bancario.

[3] L’AGCOM, rispetto all’Antitrust, non beneficia di un disegno normativo di sostegno del proprio potere sanzionatorio unitario e coerente, ma può, allo stato, solo irrogare sanzioni ex post in caso di violazione degli obblighi di regolamentazione da essa impartita con propri provvedimenti (ex art. 98, comma 11, D.Lgs. n. 259/2003).

[4] Ci si riferisce, ad esempio, all’ultima versione (c.d. 3.0 del CASP) del codice di condotta nell’offerta dei servizi premium, presentata dalla Buongiorno S.p.A. all’AGCOM nell’ambito del procedimento a suo carico, e quale allegato alla sua proposta di impegni, della quale poco o nulla si è parlato, pur essendo stata adottata nel gennaio del 2013.

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